Monthly Archives: luglio 2016

Aggiornamenti dal campo informale, tra pressioni istituzionali e repressione governativa.

La polizia ci ha chiuso l’acqua (tra le 300 e 400 persone la usavano per bere e lavarsi); non ritirano più la spazzatura per ordine della prefettura; e hanno tentato di sabotarci la cucina due volte: la prima volta rubando il regolatore di flusso del gas della bombola, la seconda volta tagliando a pezzetti il tubo che collega la bombola ai bruciatori. D’altra parte lo sapevamo che dopo l’attentato di Nizza il governo francese ha di nuovo il pretesto per schierare l’esercito al confine, per lanciare i cani contro i migranti che cercano di passare, per elargire botte come se fosse normale. E anche il governo italiano ne approfitta per proseguire con le deportazioni di migranti da Ventimiglia, continuando inutilmente a disperderli nel resto d’Italia (e comincerebbe pure a deportarli direttamente in Africa, rimandandoli in contesti di guerra e dittature, come già fanno in Francia, non appena sarà possibile farlo). Proseguono le violenze per mezzo di scariche elettriche, botte, intimidazioni psicologiche, privazione del sonno e del cibo finché i migranti non cedono, consegnando le loro impronte da inserire nel sistema EURODAC. In questo contesto in cui ogni motivo è buono per reprimere e mettere in prigione o per dare misure restrittive ai solidali, insomma, in questo contesto di guerra ai poveri e a tutti i pensieri e le pratiche critici, in questo contesto in cui i soliti ricchi e potenti hanno stretto la presa del controllo, e’ chiaro che una collettività organizzata di migranti e solidali al confine fa paura.

Sappiamo benissimo che la repressione nei confronti di questo campo, così come i tentativi di sabotaggio da parte dello stato e delle varie organizzazioni complici, non si fermeranno qui. Tenteranno come sempre di separarci, perché lo sanno che siamo molto potenti quando siamo insieme. Però vale e valeva la pena tentare. Perché solo così i nodi stanno venendo al pettine.

Tutto è cominciato di nuovo il 16 luglio. Circa 400 migranti vengono fatti uscire dalla chiesa di S. Antonio del quartiere delle Gianchette. Dietro di loro le porte si chiudono definitivamente. La decisione avviene in seguito ad una rivolta popolare del quartiere. Le Gianchette è uno dei quartieri popolari di Ventimiglia, che probabilmente non ha gli spazi e le risorse per accogliere e supportare 1200 persone in viaggio (questi i numeri nei momenti di maggior afflusso alla chiesa). La nota inettitudine ed incapacità della municipalità, unita alla furbizia di prefettura e questura, hanno creato una guerra tra poveri che alla fine è riuscita a far accettare, anche alla parte più critica della città, un sistema di controllo e disciplinamento dei migranti in viaggio, composto di deportazioni e di un campo governativo gestito dalla Croce Rossa, che, solo due mesi fa, questa parte di città non avrebbe mai accettato.

Da sabato 16 all’esterno della chiesa e sotto il cavalcavia di via Europa si rifugiano circa duecento persone, mentre un altro centinaio comincia a radunarsi in una ex stalla di cavalli a poche decine di metri dal campo della Croce Rossa. La Caritas e le associazioni della città hanno infatti intavolato una trattativa con la prefettura, che porta quest’ultima a «tollerare» quel posto. I migranti potevano sostare lì in attesa che il campo governativo fosse pronto, ovvero che raggiungesse una capienza maggiore. Sabato il campo della CRI aveva una capienza di un centinaio di posti, poi rapidamente saliti a 180. Oggi siamo ad una capienza di 360.

Martedì 19, nonostante la Caritas avesse assicurato, in un’assemblea con i migranti ospitati in chiesa, che nessuno sarebbe stato trasferito con la forza e che avrebbero potuto decidere liberamente se trasferirsi nel nuovo campo o no, avviene lo sgombero delle persone che dormivano sotto il cavalcavia di via Europa. Un blindato della polizia, accompagnato da un ducato e parecchia digos, arriva verso le 18: la polizia scende in massa, i migranti scappano lungo il fiume. Qualcuno sottovalutando il pericolo torna in strada e lì viene catturato. Ne prendono almeno una decina, e la mattina dopo verranno deportati verso la Sardegna e Taranto, insieme ai molti fermati nei treni da Genova a Ventimiglia e ai molti che hanno tentato di passare il confine tra Francia e Italia durante la notte, venendo respinti.

Dopo la deportazione, il gruppo che occupa l’ex stalla si consolida. Si passa rapidamente da un centinaio di persone ad almeno il doppio. Andiamo lì. Nessuno se ne sta occupando, quindi andiamo noi. Non c’è acqua, né cibo e poche coperte. I migranti hanno una fame atroce. Le persone si picchiano per una banana o un pezzo di pane. E allora ci tiriamo su le maniche, portiamo una bombola, e per due giorni cuciniamo ininterrottamente.
Portare una bombola con del cibo da cucinare lì, per noi era significativo. Si trattava di uscire dal sistema di assistenzialismo in cui i migranti erano rimasti intrappolati per due mesi, che li aveva resi egoisti e non organizzati in collettività. Portare una bombola è stato il primo passo per stimolare un’organizzazione collettiva. Mettersi in coda per ricevere un sacchettino con del tonno, un pezzo di pane e una mela, riproduce la dinamica disciplinante di un sistema assistenziale che va di pari passo col sistema di repressione e controllo. E’ la vittima che si mette in coda per un piatto. E’ la vittima che spende 140 euro per passare il confine con un passeur. E’ la vittima che accetta di essere deportato senza opporre resistenza.
E’ da esseri umani cucinarsi da soli un piatto.
E’ da essere umano cucinare il pranzo per tutti.

Vivere insieme, cucinare insieme, permette piano piano di cominciare anche a fare assemblee insieme. Le prime assemblee sono di «gestione» del campo. Una di queste viene interrotta volutamente dalla Caritas. Qualcuno si accanisce poi con la bombola del gas. In pochi giorni ci sabotano due volte la cucina. Risolviamo in fretta. Dopo l’ultimo sabotaggio, i migranti indicono da soli un’assemblea, in cui è presente un solo europeo che non interviene. Una bellissima assemblea, in cui i migranti affermano che difenderanno quella cucina, perché è l’unico strumento che hanno di indipendenza. Quando le associazioni smetteranno di portare lì il cibo, quella bombola permetterà loro di continuare a sopravvivere.

Finalmente riusciamo ad allacciare l’acqua. Rimane vergognoso e schifoso il fatto che la prefettura possa «tollerare» un posto in cui i migranti attendono di entrare nel campo governativo, senza fornire loro i minimi servizi essenziali, quali l’acqua e dei bagni.

Nel frattempo, a pochi metri, il campo della Croce Rossa allarga la sua capienza a 360 posti. Il problema è che i migranti preferiscono restare nell’ex stalla, piuttosto che entrare nel campo governativo. Gli ultimi dati sono di un’ottantina di migranti all’interno del campo gestito da Croce Rossa, e circa 300 persone invece nell’ex-stalla. Da quando siamo lì, quotidianamente riceviamo attacchi verbali da volontari più o meno vicini alla Croce Rossa che ci accusano di dare informazioni sbagliate ai migranti, e che sarebbe per queste informazioni che i migranti non accedono al campo. Non è necessario che diciamo nulla ai migranti: si tratta di un campo che per quanto aperto possa voler essere è sempre un campo chiuso, in cui devi avere una tessera con relativo codice a barre e foto per risiedere e una scheda di registrazione per accedere a medico, bagni e pasti. I migranti temono che un giorno i cancelli, visto che ci sono, si chiudano e che le foto del tesserino, visto che sono salvate nei computer, possano contribuire ai respingimenti e alle deportazioni.
Si tratta di un campo governativo gestito da un’organizzazione militare come la Croce Rossa. Come possono i migranti fidarsi del governo italiano, visto che tollera le scariche elettriche e le botte per prendere loro le impronte?

Caritas e prefettura di Imperia dichiarano che il campo della CRI è innovativo e investono molto in questo nuovo progetto. E richiedono supporto e collaborazione ai volontari nella distribuzione dei pasti, nell’accompagnamento dei migranti dell’ex stalla alle docce del campo governativo nelle ore consentite, nel rassicurarli rispetto a Croce Rossa e campo. E anche questa è la solita dinamica che abbiamo già visto in molti confini: l’assorbimento del volontariato nei progetti governativi, permette al governo di rendere le parti più critiche della città complici del sistema di controllo dei migranti in viaggio.
Ed ecco che la Ventimiglia più critica, adesso collabora ed è complice del governo.

Due giorni fa è arrivato un noto digos che accompagnava un tecnico e ha chiuso l’acqua. Tra le trecento e le quattrocento persone non hanno accesso all’acqua, a meno che non risiedano nel campo della CRI. Quotidianamente i migranti ricevono pressioni più o meno forti per entrare in questo campo. Oggi la digos ha diffuso la minaccia che in pochi giorni sarà sgomberata l’ex stalla e i migranti saranno obbligati ad entrare nel campo governativo.

Impediamoglielo. Portiamo cibo, taniche d’acqua, stiamo lì più che possiamo.
Non facciamoci separare.

 

Un messaggio da alcuni/e solidali alle persone che hanno protestato davanti al consiglio comunale il 19 luglio

Salve,
abbiamo osservato con interesse la vostra protesta contro il Sindaco e vogliamo condividere con voi alcune nostre riflessioni.
A nessuno piacciono le azioni antidemocratiche dello Stato. La creazione del campo della Croce Rossa è stata fatta senza consultare gli abitanti della zona.
Ci rendiamo anche conto del effetto negativo che produce la crisi dei confini sulle persone che vivono stabilmente in quella zone.
Sgomberando le persone dall’area vicina alla chiesa e sotto il ponte, lo Stato ha violentemente forzato(espulso) le persone senza documenti a stare fuori dal centro di Ventimiglia. L’unico modo facile per raggiungere la città è camminare lungo la Statale 20, è pericoloso sia per chi cammina che per chi guida.
La creazione del campo della croce rossa e il fatto che centinaia di persone si sentano costrette ad andare là è un male per tutti.
IL PROBLEMA È IL CONFINE, non i migranti.
Avvengono cose brutte quando le persone sono bloccate in un posto dove non vogliono essere. Nascono tendopoli quando le persone hanno bisogno di sopravvivere. I rifugiati vengono uccisi, feriti gravemente, disumanizzati e traumatizzati psicologicamente dal confine. E in molti casi, le vite di molti europei peggiorano.

A Idomeni, i contadini non possono coltivare i propri campi dopo che il governo greco ha militarizzato il confine con filo spinato. Con un atto disperato e rabbioso, un contadino ha investito le tende con il trattore in segno di protesta.

A Lampedusa i pescatori si ritrovano a svolgere il ruolo della guardia costiera e a recuperare i corpi dei migranti morti in mare a causa delle politiche assassine dei governi europei.

A Calais, chi abita vicino alla jungle non sempre respira facilmente: i lacrimogeni sparati in grandi quantità dalla polizia sono tipici della tradizione francese di uguaglianza. Ciò riguarda senza discriminazione sia gli europei e chi è senza documenti.

Nessuna di queste cose è ancora successa a Ventimiglia, ma il ministro dell’interno ha affermato che il confine adesso è chiuso. Che destino vi aspetta?

I migranti non sono a Ventimiglia per chiedere asilo qui o in Italia. Il loro sogno è raggiungere l’Inghilterra o la Francia. Il confine intrappola le persone: loro hanno bisogno di muoversi, hanno bisogno di viaggiare.

IL CONFINE È IL PROBLEMA, la soluzione è aprire il confine! Che le persone possano andare in Francia !
Basta governi che impongono campi umanitari!

Notizie dal confine – Solidarietà, non carità!

Martedì 18 Luglio il campo informale che si era creato di fronte alla chiesa è stato sgomberato dalla polizia. Dieci migranti sono stati arrestati e deportati il giorno seguente, mentre gli altri sono stati accompagnati dai volontari della Caritas al nuovo campo istituzionale situato nel Parco ferroviario Roja. Una gran parte di essi non è stata ammessa nel campo ed è stata lasciata fuori senza acqua. Da allora, circa 250 persone vivono sotto una ex-stalla del parco ferroviario a poche centinaia di metri dal campo ufficiale.

Nel campo informale mancano cibo, acqua, servizi e posti per dormire. Alcuni attivisti sono subito arrivati sul posto per dare solidarietà ai migranti, portando viveri, coperte, medicinali e allestendo una cucina da campo autonoma gestita direttamente dai migranti.

Qualche parola sul campo istituzionale: la Caritas Diocesana Ventimiglia-Sanremo ha fatto pressione affinché venisse aperto uno spazio per i transitanti e questo progetto è di fatto gestito da Croce Rossa e forze dell’ordine, in collaborazione con UNHCR.

Lo ribadiamo ancora una volta: non crediamo che le persone vadano “assistite” da qualcuno, tanto meno da organizzazioni di questo tipo. Siamo invece convinti che i migranti debbano essere nelle condizioni di autogestirsi assieme ai/alle solidali.

Nelle ultime ventiquattro ore alcuni operatori umanitari di Caritas hanno espresso l’opinione che non fosse opportuno fare assemblea assieme ai migranti perché “troppo stanchi e affamati”. L’assemblea per decidere le modalità di autogestione del campo si è svolta comunque, ma è stata interrotta dopo circa venti minuti a causa della decisione di Caritas di iniziare a servire il cibo (con tutta la confusione che ne è seguita).

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Ci fa sorridere la dichiarazione del direttore Caritas Maurizio Marmo, il quale ha espresso la volontà che il campo della Croce Rossa sia “un ibrido tra il No Border Camp – attivo la scorsa estate sui Balzi Rossi di Ventimiglia – e un campo di accoglienza istituzionale.”

I volontari si sono inoltre detti preoccupati del fatto che i migranti non siano in grado di utilizzare adeguatamente la bombola del gas e che il cibo non venga somministrato in maniera “legale”.

Il contratto di affitto del centro di accoglienza temporaneo scadrà tra sei mesi, ma hanno intenzione di estenderlo ad almeno un anno. Il campo della Croce Rossa ad ora contiene 180 migranti, ma l’intenzione è di aumentare la sua capacità fino a 700 posti.

Naturalmente siamo per l’umana solidarietà e per riuscire a soddisfare i bisogni primari delle persone stanziate nel parco ferroviario. Proprio per questo motivo non possiamo accettare né sostenere un progetto gestito dalla Croce Rossa. Quest’ultima è un corpo militare con struttura gerarchica: ha infatti una lunga storia di collaborazione con il governo nelle azioni di detenzione e deportazione dei rifugiati.

Ci chiediamo: se questo è realmente un campo “umanitario”, allora perché è circondato da una recinzione?

Il problema è e resta il confine, non i migranti.

CONTRO OGNI FRONTIERA.

Alcune e alcuni solidali di Ventimiglia e dintorni.

Notizie dal Confine: “Stanno costruendo per noi una prigione” [ITA]

“Stanno costruendo per noi una prigione”
( cartello di un ragazzo durante l’ultima manifestazione)

Ci siamo. Dopo un mese di polemiche, ritardi e rimpalli si apre il nuovo campo di “accoglienza temporanea”  per le persone senza documenti.
Il campo ha per ora una capienza di circa 180 posti ma dovrebbe venire implementato nelle seguenti settimane in modo da poter “accogliere” più persone. Sarà riservato principalmente agli uomini mentre donne, bambini e famiglie dovrebbero continuare ad essere ospitate all’interno di alcune chiese della città di Ventimiglia.  Il centro si trova ai limiti dell’area ferroviaria del Parco Roja in una zona industriale vicino alla frazione di Bevera. Hanno quindi posizionato i “moduli abitativi”in un mare di cemento, un luogo invisibile e invivibile lontano circa 5 km dal centro città .
La gestione del campo sarà  affidata alla CRI e alle forze dell’ordine, coadiuvati dalla presenza del UNHCR.  Alle associazioni sarà permesso collaborare, tramite accreditamento con la CRI,  organizzando  anche, pare, attività ludiche o formative. Giusto lo spazio per dare un volto “umano” ad un campo che è di fatto di controllo e di contenimento, per invisibilizzare chi è bloccato dal regime di frontiera.  Le strade per arrivare al centro sono due, chi avrà accesso come volontario dovrà essere accreditato quindi sarà molto facile controllare chi entra e chi esce e sarà ristretto lo spazio per la solidarietà diretta e fuori dal controllo della Prefettura.

Il centro sarà un luogo di permanenza temporanea: così viene chiamato al di fuori di ogni comprensibilità giuridica. Le persone potranno stare nel centro fino ad un massimo di 10 giorni, saranno muniti di un cartellino identificativo con nome e codice a barre. Quest’ultimo permetterà l’ingresso all’interno del centro, un meccanismo che ricorda l’entrata tramite impronte del centro di Calais; allo scadere dei giorni concessi per il soggiorno il codice non funzionerà più e dovrebbe quindi non essere permesso l’ingresso. Come un prodotto in scadenza, i migranti non sono altro che una merce nel business del regime di frontiera; chi sarà ancora bloccato a Ventimiglia dovrà decidere tra l’allontanamento (ancora da capire in che forma e una probabile deportazione) e la permanenza in Italia.  All’interno del campo, infatti, oltre ai servizi di base come il cibo e i bagni, le persone riceveranno informazioni sui diritti e le possibilità per fare richiesta d’asilo in Italia.
Il tempo di permanenza ha proprio questo scopo: rendere “edotte le persone dei diritti e le procedure  per le richieste d’asilo” nel paese. Palese l’ipocrisia: chi arriva al confine con la Francia per chiedere asilo in Italia?
Di nuovo, dopo la serie di proteste dei migranti che ci sono state in questi mesi la risposta è quella umanitaria e di un pratico confino fuori dalla città.  I migranti l’hanno detto chiaramente: vogliamo non essere invisibili e vogliamo la libertà, oltrepassare il confine. Non cibo né servizi ma solidarietà e libertà.

Nella Chiesa di Sant’Antonio erano presenti venerdì più di 400 persone. Nel corso di quella giornata è stata spiegata: l’organizzazione del nuovo centro, la disponibilità per le prime 100 persone e il fatto che dopo la colazione di Sabato mattina l’accoglienza dentro la chiesa sarebbe finita. Per tutti gli altri, fuori dal numero disponibile, non è prevista una sistemazione ma la CRI si occuperà di fornire pasti in giro per la città dando dei sacchetti alimentari.
Circa 200 persone hanno reagito alla notizia, cercando di oltrepassare il confine priorità che rimane fondamentale per tutti loro,  almeno cinquanta sono state respinte e sono tornate verso la città. Chi abbiamo incontrato ribadisce lo scarso interesse verso la propria sistemazione ma la volontà di potersene andare liberamente. Dopo la distribuzione del pasto, le persone sono state allontanate. Tanta è la confusione e in molti si sono dispersi per la città o sono rimasti di fronte alla struttura.  Chi stava cercando di monitorare la situazione sabato, è stato allontanato e trattenuto in commissariato per un’ora.
Domenica sono state tante le persone che hanno provato ad attraversare e sono state respinte, tanti hanno tentato di dirigersi verso il centro per trovare un pasto e altre informazioni.  Centinaia di persone sono disperse per i dintorni della città.
Il campo, ben nascosto dagli occhi dei turisti che vogliono godere delle bellezze della Costa Azzurra, è funzionale al contenimento e al controllo delle persone senza documenti. Il piano è chiaro: abbassare il numero di persone presenti nel territorio, confinandole ai limiti della città e lasciandone altre fuori.
Le deportazioni continueranno e andranno a colpire proprio chi rimane all’esterno di questo spazio protetto che fornisce un equilibrio che è un ricatto.
Come diceva il cartello di un ragazzo all’ultima manifestazione: stanno costruendo per noi una prigione.
Dopo mesi di rastrellamenti, deportazioni e respingimenti ci siamo: uno spazio di confine funzionale al controllo.
Non servono tante raffinate elucubrazioni per capire qual’è la richiesta di chi viaggia, l’hanno ribadito di più volte: libertà.
La costruzione di questo centro non è una vittoria. L’ipocrisia grottesca di quanto accade è palese.

Alcune e alcuni solidali di Ventimiglia

E’ PROPRIO UNA PRIGIONE. Sul blocco stradale del 2 e 3 luglio di Corso Toscanini.

 

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La mattina del 2 Luglio, si presentano alle porte della chiesa di S. Antonio, che al momento ospitava circa 700 persone intenzionate ad attraversare il confine tra Italia e Francia, la leghista vicepresidente della regione Sonia Viale e Toni Iwobi, responsabile del dipartimento per la sicurezza e l’immigrazione istituito da Matteo Salvini, accompagnati da uno sparuto gruppo di sostenitori. Si tratta di una chiara provocazione: il loro intento è fomentare l’odio e la rabbia degli abitanti del quartiere delle Gianchette contro i migranti, i quali rimangono attoniti. Li guardo in faccia. Non capiscono che succede. Questo non capire viene poi presto sostituito da una certa preoccupazione per quello che potrebbe accadere. Allora quasi immediatamente si riunisce un’assemblea, settecento persone tutte sedute insieme, che alzano la mano ogni volta che qualcuno vuol parlare, chi parla si mette al centro del cerchio e tutti ascoltano, senza far domande, chi parla troppo viene sanzionato da fischi e borbottii. All’inizio dicono che devono stare attenti a non far troppo chiasso, a restare dentro gli spazi della chiesa, a mantenere pulito. Questi discorsi vengono ribaditi più di una volta. Finché qualcuno comincia a dire che se gli italiani non li vogliono, neanche loro vogliono stare in Italia. Se dei politici italiani sono venuti fin lì solo per dir loro che non sono graditi, ecco loro se ne vanno. Se ne vanno in Francia. Il tempo di mangiare, poi si scrivono gli striscioni. Lo striscione più grosso è : «Open the borders! This is the problem for the refugees», e poi altri, tra cui «They want to build a prison for us» e poi «No MIG, no Bombig, Yes People». Fatto questo, si mettono in fila indiana e partono. Sono cinquecento persone circa. La polizia italiana mette una volante davanti al corteo e blocca tutte le strade a parte la strada che va verso Ventimiglia alta. I migranti sono quasi obbligati a prendere quella strada, ma nemmeno vogliono forzare, stanno dietro alla volante, pur essendo in numero sufficiente per superarla e per superare anche i vari blocchi stradali nella città senza conseguenze. Ad un certo punto lungo la strada, la volante si blocca, di fronte al Forte dell’Annunziata. Uno degli sbirri fa il suo discorsetto morale ai migranti, dicendogli che se volevano dimostrare al mondo la loro condizione, andava bene, ma se credevano di passare il confine, li avrebbero combattuti con tutte le loro forze. Due domande cominciano a serpeggiare: «Ma qui siamo già al confine tra Italia e Francia?», «No», rispondo a chi me lo chiede, «mancheranno almeno 10 km». «Perché è la polizia italiana che ci ferma qui? Che ci lascino affrontare quella francese». Dopo il discorsetto due cellulari blindati della polizia italiana chiudono la strada. I migranti allora alzano tutti i loro cartelli e poi si siedono di fronte al blocco della polizia. Si dicono l’un l’altro: «Nessuno si deve muovere, stiamo qui finché non ci fanno passare». Sono forse le tre del pomeriggio. La Caritas verso le 5 cerca di mediare. Un portavoce viene individuato, ma nonostante questo il responsabile della Caritas continua a chiedere se qualcuno ha delle opinioni diverse rispetto a lui. Il portavoce allora risponde che ha capito il suo intento di dividerli, di frammentarli, di indebolirli. A questo tentativo di indebolimento, loro rispondono che non accetteranno cibo nè acqua dalla Caritas. Tutto il pomeriggio, la sera, la notte, i migranti non si muovono. Si dorme lì, sulla strada.

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Al mattino, dopo il risveglio, i migranti cominciano a fare una battitura di fronte al blocco della Celere. I giornali hanno scritto che da parte di un gruppo di no borders è partito un lancio di oggetti all’indirizzo degli agenti di polizia, e da questa sarebbe nata la carica. E’ una falsità: gli sbirri hanno caricato, tra gli altri ferendo anche la responsabile di Amnesty per la Costa Azzurra, sostanzialmente per liberare un passaggio carrabile.

VIDEO DELLA CARICA: https://www.facebook.com/Presidio-Permanente-No-Borders-Ventimiglia-782827925168723/videos

Dopo la carica i migranti sono ancora più decisi a non muoversi, stanno davanti alla polizia a fare una lunghissima battitura, finché stremati, dopo la carica e la battitura, cercano un filo d’ombra da qualche parte e si accartocciano su se stessi, dentro il perimetro dell’ombra, non mangiando e bevendo pochissimo da più di 24 ore, sotto un sole che cuoce i cervelli.
Nel pomeriggio il sindaco Ioculano si presenta al Forte dell’Annunziata dicendo di voler fare una mediazione. Il portavoce dice al sindaco che lui viene da un paese in guerra; che, appena arrivato in Italia ha subito violenza quando gli hanno preso le impronte digitali. Dato che non rientra nel suo progetto migratorio restare in Italia, gli hanno pure dato un decreto di espulsione. Lui, tentando anche di rispettare questo decreto, si sta dirigendo verso la Francia. Ogni volta che ci prova, la polizia lo respinge con violenza, lo bastona, lo picchia. E allora basta, dice. Lasciateci andare. Ioculano, nonostante tutti i migranti avessero chiesto che la mediazione fosse pubblica, si prende da parte il portavoce e, da quello che poi lui ci riferisce, gli dà sostanzialmente un ultimatum. Ioculano dice ai migranti che l’unico modo per passare il confine è illegalmente e che se avessero continuato a stare lì di fronte al blocco della polizia, la Celere avrebbe attivato il suo apparato repressivo. Non dà soluzioni. Dice soltanto che è già in allestimento e che tra pochi giorni sarà già pronto un campo nel Parco Roja che potrà ospitare tra le 200 e le 250 persone. Le persone non saranno identificate per 48 ore. Dopo queste, se decideranno di rimanere, dovranno accettare l’identificazione. E’ chiaro che chi vuole passare il confine non sta chiedendo un nuovo campo, per di più non un campo così inadatto ad ospitare tutti. I migranti decidono di rimanere ancora e dicono che non sono per nulla spaventati dalle minacce. Verso le 5 però comincia a girare la voce che cinque autobus e due aerei sono pronti per deportarli tutti. Sono stremati. La mancanza di cibo, la poca acqua, il sole cocente da quasi due giorni è il nemico più forte. La notizia scoraggia molti, che decidono di lasciare il blocco. Nel giro di un paio d’ore resteranno in un centinaio circa. Arriva del cibo da solidali italiani e francesi che rincuora e dà forza e che viene accettato di buon grado. Però anche gli ultimi cento rimasti si rendono conto piano piano che il numero non è più sufficiente a tenere un blocco a lungo e che probabilmente sarebbero stati sgomberati e poi deportati tutti senza eccessiva difficoltà. Allora si torna tutti, insieme, come insieme si era partiti. Un piccolo corteo passa per il centro della città, e molti ventimigliesi esprimono con il clacson la loro rabbia perché bloccati nel traffico per una decina di minuti da questo corteo spontaneo. Alcuni gridano dalle auto: «Andatevene!», mentre i cori dei migranti si sentono chiari: «Italy no! Yes France!». E quindi il paradosso della frontiera diventa palpabile. Perché basterebbe che non ci fosse, per far contenti tutti.

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2 LUGLIO – Azioni diffuse contro frontiere e deportazioni [ITA]

In Italia è in atto un meccanismo perverso che, attraverso una costante azione repressiva e di controllo da parte delle forze dell’ordine, impedisce la libertà di movimento ai/alle migranti in transito. Quotidianamente polizia, carabinieri e militari rastrellano centinaia di persone individuate in base al loro aspetto e al colore della pelle sui treni del nord ovest.
Ai/alle migranti si vuole impedire di raggiungere la zona di confine verso la Francia.
Gli/Le stranieri/e senza documenti vengono trattenuti/e nelle questure e poi deportati nei centri di”accoglienza” o detenzione del Sud Italia per l’identificazione forzata. Vengono spostati/e come meri pacchi postali, privati/e della possibilità di decidere come e dove andare.
Molti/e di loro ricevono il decreto d’espulsione che li priva della possibilità di richiedere asilo in Europa .
In tutti questi luoghi sono sottoposti a torture, violenze, intimidazioni, sono detenuti/e senza diritti, privati della dignità e della libertà.

L’invito rivolto a tutti e tutte è di monitorare e ostacolare i controlli di Polizia per testimoniare l’esistenza di questo meccanismo, che vuole invece essere tenuto nascosto, per incepparlo,
offrendo informazioni alle persone in transito, e per sabotarlo, lottando ogni giorno contro le frontiere.

Manifestiamo la nostra solidarietà ai migranti in viaggio!

Sabotiamo il meccanismo delle deportazioni!

SAVONA

Volantinaggi nei treni diretti verso Ventimiglia.

GENOVA

Presidio solidale in stazione Genova Principe per monitorare e interferire i controlli razziali sui treni diretti verso Ventimiglia.

TORINO

Nel pomeriggio un gruppetto di nemici/he delle frontiere ha inscenato un posto do blocco clown army a Porta Nuova chiedendo documenti, indumenti e impronte di girare ai viaggiatori europei lasciando loro un volantino dal titolo:
“STOP DEPORTAZIONI”.
Consci del fatto che il dispositivo delle deportazioni dei e delle migranti non si esprima solo in frontiera o nelle città “calde”, ma anche nel continuo tentativo di bloccare i migranti e tenerli lontani dai luoghi di confine. Ciò avviene con piani di allontanamento che vediamo in queste settimane funzionare a pieno regime con pullman e aerei colmi di persone da riportare alla casella di partenza, non certo perchè ciò impedisca realmente il movimento dei migranti in transito, ma piuttosto per logorare, indocilire e sfinire le persone affinché rinuncino alla speranza di riuscire ad eludere il sistema e continuare il proprio viaggio.
Anche la militarizzazione di porta nuova è un tassello del puzzle volto a intimidire le persone dirette a Ventimiglia e poi oltre confine, tutto ciò espresso in modo del tutto razzista poichè solo le persone di evidente origine non caucasica vengono fermate.

VIDEO

MILANO

Presidio informativo e solidale con i migranti in transito dentro e fuori la stazione centrale di Milano. Sabotiamo la fortezza Europa, #‎NoBorders #‎LibertaDiMovimento

BOLOGNA

Azione contro Obb e Trenitalia, complici delle identificazioni forzate e dei rastrellamenti.
Oggi, sabato 2 luglio, una ventina di nemiche e nemici delle frontiere ha ritardato la partenza del treno Obb delle 11.52 nella stazione di Bologna, sulla linea che collega Rimini a Monaco, volantinando sulla banchina e poi spostandosi sui binari con lo striscione “Obb e Trenitalia: comfort per i turisti, blocchi per i migranti, bruciamo le frontiere”.
> Il testo del volantino:
Il treno su cui stai per salire è stato inaugurato lo scorso 17 giugno dalle ferrovie austriache Obb per collegare Monaco a Rimini passando per Bologna e così facilitare l’arrivo in Romagna dei turisti austriaci e tedeschi per le vacanze estive.
Dopo le dichiarazioni austriache di non voler costruire una barriera fisica al Brennero, i due stati hanno deciso di intensificare i controlli sui treni che attraversano il confine, quello su cui stai per salire è uno di questi. Tali controlli vengono perpetuati dalla polizia italiana, austriaca e tedesca con lo scopo di identificare e bloccare le persone “non bianche” senza documenti che provano a spostarsi oltre confine. Lo Stato italiano, supportato da quello austriaco e tedesco sta instaurando un vero e proprio regime razzista. In questo modo cerca di rendere le zone di confine impermeabili a tutti coloro che sono costretti a viaggiare senza documenti perché decisi a non sottostare alle condizioni dettate dal Regolamento di Dublino (richiedere asilo nel primo paese europeo d’arrivo) che avviano lunghi tempi d’attesa e procedure burocratiche inconcludenti. Volantiniamo su questo binario per rendere evidente e pubblica la contraddizione in atto: se un da un lato i turisti possono rientrare liberamente alle loro case, i migranti in transito vengono bloccati, respinti, identificati e deportati. Da Choucha a Calais, da Idomeni a Ventimiglia passando per Melilla , Lampedusa e il Brennero, abbattiamo le frontiere esupportiamo la libertà di movimento!
Alcun* nemiche e nemici delle frontiere

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