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Comunicato dal Confine

Ci siamo.
Il mostro “No Border” è stato creato; questa volta, perchè no, aggiungendovi un paio di artigli degni di un film americano di serie B.
Anche lo scenario costruitovi attorno non se ne discosta di molto. Nulla di veramente nuovo: criminalizzare con tutti i mezzi possibili coloro che alzano voci scomode e coloro che sono presenze scomode; è da sempre una delle prime tattiche pergiustificare mozioni di censura per gli uni e atti di violenza per gli altri.

In questo modo, privata di voce propria, sarà la vittima con le dita spezzate a doversi giustificare davanti ai suoi torturatori.

Questa volta non si può non reagire di fronte a livelli di strumentalizzazione e palese menzogna raggiunti dagli attori di questo teatrino di carta. Da giorni, con l’aiuto di titoli roboanti, media e giornalisti si dilettano nell’esercizio dell’amalgama, gettando nello stesso calderone mediatico fatti e avvenimenti non connessi tra loro, illazioni e invenzioni tanto false quanto di sicuro effetto sull’immaginario comune; nel frattempo, tutt’altri fatti continuano ad avere luogo.

Parole come “antagonisti”, “terroristi” e “migranti”, “rivoltosi”, “No Borders” e “attivisti siriani esperti nella guerriglia” (e qui un plauso particolare per chi ha saputo pensare un tale inedito accostamento) diventano spauracchio e pretesto per minimizzare le uniche parole che non hanno bisogno di nessuna virgoletta: violenza e deportazione come vissuto quotidiano di persone stigmatizzate ovunque, per la loro sola presenza. Screditare tale vissuto e le opinioni di chi vuole solidarietà, equivale a partecipare deliberatamente a forme di disinformazione e demonizzazione inaccetabili.
Il crimine vero è già in atto ed è quello di ridurre persone e situazioni complesse a figurine ritagliate e stereotipate, alimentando astio e aprendo la porta ad ogni tipo di repressione, stroncando di fatto ogni chance di incontri possibili e necessari. Scelta di alcuni che diventa deriva aberrante e sconsolante di un mestiere, quello di fare informazione.

L’intenazionalità attribuita al movimento e svenduta come minaccia, è in realtà diretta conseguenza della scelta di alcune persone di muoversi attraverso il proprio Paese – e oltre – per scoprire, con i propri occhi, lo stato attuale di una situazione che coinvolge migliaia di esseri umani in Europa, lungo i suoi confini – oramai disseminati in tutto il territorio e non più solo nei margini amministrativi – e ben aldilà di questi.
Difronte alla quotidianità dei migranti, le cui parole sono troppo spesso lasciate nel silenzio, continuerà la tragicommedia fatta di repressione poliziesca e distorsione mediatica.

Osservando tutto ciò, non possiamo che invitare chiunque legga, sempre e ancora una volta, a venire a vedere la realtà con i propri occhi.

In particolare vi invitiamo alla massima diffusione e partecipazione all’evento in programma per il 14 e 15 Agosto:
https://www.facebook.com/events/1270427149664786/

Presidio Permanente No Borders – Ventimiglia

Aggiornamenti dal campo informale, tra pressioni istituzionali e repressione governativa.

La polizia ci ha chiuso l’acqua (tra le 300 e 400 persone la usavano per bere e lavarsi); non ritirano più la spazzatura per ordine della prefettura; e hanno tentato di sabotarci la cucina due volte: la prima volta rubando il regolatore di flusso del gas della bombola, la seconda volta tagliando a pezzetti il tubo che collega la bombola ai bruciatori. D’altra parte lo sapevamo che dopo l’attentato di Nizza il governo francese ha di nuovo il pretesto per schierare l’esercito al confine, per lanciare i cani contro i migranti che cercano di passare, per elargire botte come se fosse normale. E anche il governo italiano ne approfitta per proseguire con le deportazioni di migranti da Ventimiglia, continuando inutilmente a disperderli nel resto d’Italia (e comincerebbe pure a deportarli direttamente in Africa, rimandandoli in contesti di guerra e dittature, come già fanno in Francia, non appena sarà possibile farlo). Proseguono le violenze per mezzo di scariche elettriche, botte, intimidazioni psicologiche, privazione del sonno e del cibo finché i migranti non cedono, consegnando le loro impronte da inserire nel sistema EURODAC. In questo contesto in cui ogni motivo è buono per reprimere e mettere in prigione o per dare misure restrittive ai solidali, insomma, in questo contesto di guerra ai poveri e a tutti i pensieri e le pratiche critici, in questo contesto in cui i soliti ricchi e potenti hanno stretto la presa del controllo, e’ chiaro che una collettività organizzata di migranti e solidali al confine fa paura.

Sappiamo benissimo che la repressione nei confronti di questo campo, così come i tentativi di sabotaggio da parte dello stato e delle varie organizzazioni complici, non si fermeranno qui. Tenteranno come sempre di separarci, perché lo sanno che siamo molto potenti quando siamo insieme. Però vale e valeva la pena tentare. Perché solo così i nodi stanno venendo al pettine.

Tutto è cominciato di nuovo il 16 luglio. Circa 400 migranti vengono fatti uscire dalla chiesa di S. Antonio del quartiere delle Gianchette. Dietro di loro le porte si chiudono definitivamente. La decisione avviene in seguito ad una rivolta popolare del quartiere. Le Gianchette è uno dei quartieri popolari di Ventimiglia, che probabilmente non ha gli spazi e le risorse per accogliere e supportare 1200 persone in viaggio (questi i numeri nei momenti di maggior afflusso alla chiesa). La nota inettitudine ed incapacità della municipalità, unita alla furbizia di prefettura e questura, hanno creato una guerra tra poveri che alla fine è riuscita a far accettare, anche alla parte più critica della città, un sistema di controllo e disciplinamento dei migranti in viaggio, composto di deportazioni e di un campo governativo gestito dalla Croce Rossa, che, solo due mesi fa, questa parte di città non avrebbe mai accettato.

Da sabato 16 all’esterno della chiesa e sotto il cavalcavia di via Europa si rifugiano circa duecento persone, mentre un altro centinaio comincia a radunarsi in una ex stalla di cavalli a poche decine di metri dal campo della Croce Rossa. La Caritas e le associazioni della città hanno infatti intavolato una trattativa con la prefettura, che porta quest’ultima a «tollerare» quel posto. I migranti potevano sostare lì in attesa che il campo governativo fosse pronto, ovvero che raggiungesse una capienza maggiore. Sabato il campo della CRI aveva una capienza di un centinaio di posti, poi rapidamente saliti a 180. Oggi siamo ad una capienza di 360.

Martedì 19, nonostante la Caritas avesse assicurato, in un’assemblea con i migranti ospitati in chiesa, che nessuno sarebbe stato trasferito con la forza e che avrebbero potuto decidere liberamente se trasferirsi nel nuovo campo o no, avviene lo sgombero delle persone che dormivano sotto il cavalcavia di via Europa. Un blindato della polizia, accompagnato da un ducato e parecchia digos, arriva verso le 18: la polizia scende in massa, i migranti scappano lungo il fiume. Qualcuno sottovalutando il pericolo torna in strada e lì viene catturato. Ne prendono almeno una decina, e la mattina dopo verranno deportati verso la Sardegna e Taranto, insieme ai molti fermati nei treni da Genova a Ventimiglia e ai molti che hanno tentato di passare il confine tra Francia e Italia durante la notte, venendo respinti.

Dopo la deportazione, il gruppo che occupa l’ex stalla si consolida. Si passa rapidamente da un centinaio di persone ad almeno il doppio. Andiamo lì. Nessuno se ne sta occupando, quindi andiamo noi. Non c’è acqua, né cibo e poche coperte. I migranti hanno una fame atroce. Le persone si picchiano per una banana o un pezzo di pane. E allora ci tiriamo su le maniche, portiamo una bombola, e per due giorni cuciniamo ininterrottamente.
Portare una bombola con del cibo da cucinare lì, per noi era significativo. Si trattava di uscire dal sistema di assistenzialismo in cui i migranti erano rimasti intrappolati per due mesi, che li aveva resi egoisti e non organizzati in collettività. Portare una bombola è stato il primo passo per stimolare un’organizzazione collettiva. Mettersi in coda per ricevere un sacchettino con del tonno, un pezzo di pane e una mela, riproduce la dinamica disciplinante di un sistema assistenziale che va di pari passo col sistema di repressione e controllo. E’ la vittima che si mette in coda per un piatto. E’ la vittima che spende 140 euro per passare il confine con un passeur. E’ la vittima che accetta di essere deportato senza opporre resistenza.
E’ da esseri umani cucinarsi da soli un piatto.
E’ da essere umano cucinare il pranzo per tutti.

Vivere insieme, cucinare insieme, permette piano piano di cominciare anche a fare assemblee insieme. Le prime assemblee sono di «gestione» del campo. Una di queste viene interrotta volutamente dalla Caritas. Qualcuno si accanisce poi con la bombola del gas. In pochi giorni ci sabotano due volte la cucina. Risolviamo in fretta. Dopo l’ultimo sabotaggio, i migranti indicono da soli un’assemblea, in cui è presente un solo europeo che non interviene. Una bellissima assemblea, in cui i migranti affermano che difenderanno quella cucina, perché è l’unico strumento che hanno di indipendenza. Quando le associazioni smetteranno di portare lì il cibo, quella bombola permetterà loro di continuare a sopravvivere.

Finalmente riusciamo ad allacciare l’acqua. Rimane vergognoso e schifoso il fatto che la prefettura possa «tollerare» un posto in cui i migranti attendono di entrare nel campo governativo, senza fornire loro i minimi servizi essenziali, quali l’acqua e dei bagni.

Nel frattempo, a pochi metri, il campo della Croce Rossa allarga la sua capienza a 360 posti. Il problema è che i migranti preferiscono restare nell’ex stalla, piuttosto che entrare nel campo governativo. Gli ultimi dati sono di un’ottantina di migranti all’interno del campo gestito da Croce Rossa, e circa 300 persone invece nell’ex-stalla. Da quando siamo lì, quotidianamente riceviamo attacchi verbali da volontari più o meno vicini alla Croce Rossa che ci accusano di dare informazioni sbagliate ai migranti, e che sarebbe per queste informazioni che i migranti non accedono al campo. Non è necessario che diciamo nulla ai migranti: si tratta di un campo che per quanto aperto possa voler essere è sempre un campo chiuso, in cui devi avere una tessera con relativo codice a barre e foto per risiedere e una scheda di registrazione per accedere a medico, bagni e pasti. I migranti temono che un giorno i cancelli, visto che ci sono, si chiudano e che le foto del tesserino, visto che sono salvate nei computer, possano contribuire ai respingimenti e alle deportazioni.
Si tratta di un campo governativo gestito da un’organizzazione militare come la Croce Rossa. Come possono i migranti fidarsi del governo italiano, visto che tollera le scariche elettriche e le botte per prendere loro le impronte?

Caritas e prefettura di Imperia dichiarano che il campo della CRI è innovativo e investono molto in questo nuovo progetto. E richiedono supporto e collaborazione ai volontari nella distribuzione dei pasti, nell’accompagnamento dei migranti dell’ex stalla alle docce del campo governativo nelle ore consentite, nel rassicurarli rispetto a Croce Rossa e campo. E anche questa è la solita dinamica che abbiamo già visto in molti confini: l’assorbimento del volontariato nei progetti governativi, permette al governo di rendere le parti più critiche della città complici del sistema di controllo dei migranti in viaggio.
Ed ecco che la Ventimiglia più critica, adesso collabora ed è complice del governo.

Due giorni fa è arrivato un noto digos che accompagnava un tecnico e ha chiuso l’acqua. Tra le trecento e le quattrocento persone non hanno accesso all’acqua, a meno che non risiedano nel campo della CRI. Quotidianamente i migranti ricevono pressioni più o meno forti per entrare in questo campo. Oggi la digos ha diffuso la minaccia che in pochi giorni sarà sgomberata l’ex stalla e i migranti saranno obbligati ad entrare nel campo governativo.

Impediamoglielo. Portiamo cibo, taniche d’acqua, stiamo lì più che possiamo.
Non facciamoci separare.

 

Un messaggio da alcuni/e solidali alle persone che hanno protestato davanti al consiglio comunale il 19 luglio

Salve,
abbiamo osservato con interesse la vostra protesta contro il Sindaco e vogliamo condividere con voi alcune nostre riflessioni.
A nessuno piacciono le azioni antidemocratiche dello Stato. La creazione del campo della Croce Rossa è stata fatta senza consultare gli abitanti della zona.
Ci rendiamo anche conto del effetto negativo che produce la crisi dei confini sulle persone che vivono stabilmente in quella zone.
Sgomberando le persone dall’area vicina alla chiesa e sotto il ponte, lo Stato ha violentemente forzato(espulso) le persone senza documenti a stare fuori dal centro di Ventimiglia. L’unico modo facile per raggiungere la città è camminare lungo la Statale 20, è pericoloso sia per chi cammina che per chi guida.
La creazione del campo della croce rossa e il fatto che centinaia di persone si sentano costrette ad andare là è un male per tutti.
IL PROBLEMA È IL CONFINE, non i migranti.
Avvengono cose brutte quando le persone sono bloccate in un posto dove non vogliono essere. Nascono tendopoli quando le persone hanno bisogno di sopravvivere. I rifugiati vengono uccisi, feriti gravemente, disumanizzati e traumatizzati psicologicamente dal confine. E in molti casi, le vite di molti europei peggiorano.

A Idomeni, i contadini non possono coltivare i propri campi dopo che il governo greco ha militarizzato il confine con filo spinato. Con un atto disperato e rabbioso, un contadino ha investito le tende con il trattore in segno di protesta.

A Lampedusa i pescatori si ritrovano a svolgere il ruolo della guardia costiera e a recuperare i corpi dei migranti morti in mare a causa delle politiche assassine dei governi europei.

A Calais, chi abita vicino alla jungle non sempre respira facilmente: i lacrimogeni sparati in grandi quantità dalla polizia sono tipici della tradizione francese di uguaglianza. Ciò riguarda senza discriminazione sia gli europei e chi è senza documenti.

Nessuna di queste cose è ancora successa a Ventimiglia, ma il ministro dell’interno ha affermato che il confine adesso è chiuso. Che destino vi aspetta?

I migranti non sono a Ventimiglia per chiedere asilo qui o in Italia. Il loro sogno è raggiungere l’Inghilterra o la Francia. Il confine intrappola le persone: loro hanno bisogno di muoversi, hanno bisogno di viaggiare.

IL CONFINE È IL PROBLEMA, la soluzione è aprire il confine! Che le persone possano andare in Francia !
Basta governi che impongono campi umanitari!

Notizie dal confine – Solidarietà, non carità!

Martedì 18 Luglio il campo informale che si era creato di fronte alla chiesa è stato sgomberato dalla polizia. Dieci migranti sono stati arrestati e deportati il giorno seguente, mentre gli altri sono stati accompagnati dai volontari della Caritas al nuovo campo istituzionale situato nel Parco ferroviario Roja. Una gran parte di essi non è stata ammessa nel campo ed è stata lasciata fuori senza acqua. Da allora, circa 250 persone vivono sotto una ex-stalla del parco ferroviario a poche centinaia di metri dal campo ufficiale.

Nel campo informale mancano cibo, acqua, servizi e posti per dormire. Alcuni attivisti sono subito arrivati sul posto per dare solidarietà ai migranti, portando viveri, coperte, medicinali e allestendo una cucina da campo autonoma gestita direttamente dai migranti.

Qualche parola sul campo istituzionale: la Caritas Diocesana Ventimiglia-Sanremo ha fatto pressione affinché venisse aperto uno spazio per i transitanti e questo progetto è di fatto gestito da Croce Rossa e forze dell’ordine, in collaborazione con UNHCR.

Lo ribadiamo ancora una volta: non crediamo che le persone vadano “assistite” da qualcuno, tanto meno da organizzazioni di questo tipo. Siamo invece convinti che i migranti debbano essere nelle condizioni di autogestirsi assieme ai/alle solidali.

Nelle ultime ventiquattro ore alcuni operatori umanitari di Caritas hanno espresso l’opinione che non fosse opportuno fare assemblea assieme ai migranti perché “troppo stanchi e affamati”. L’assemblea per decidere le modalità di autogestione del campo si è svolta comunque, ma è stata interrotta dopo circa venti minuti a causa della decisione di Caritas di iniziare a servire il cibo (con tutta la confusione che ne è seguita).

assemblea

Ci fa sorridere la dichiarazione del direttore Caritas Maurizio Marmo, il quale ha espresso la volontà che il campo della Croce Rossa sia “un ibrido tra il No Border Camp – attivo la scorsa estate sui Balzi Rossi di Ventimiglia – e un campo di accoglienza istituzionale.”

I volontari si sono inoltre detti preoccupati del fatto che i migranti non siano in grado di utilizzare adeguatamente la bombola del gas e che il cibo non venga somministrato in maniera “legale”.

Il contratto di affitto del centro di accoglienza temporaneo scadrà tra sei mesi, ma hanno intenzione di estenderlo ad almeno un anno. Il campo della Croce Rossa ad ora contiene 180 migranti, ma l’intenzione è di aumentare la sua capacità fino a 700 posti.

Naturalmente siamo per l’umana solidarietà e per riuscire a soddisfare i bisogni primari delle persone stanziate nel parco ferroviario. Proprio per questo motivo non possiamo accettare né sostenere un progetto gestito dalla Croce Rossa. Quest’ultima è un corpo militare con struttura gerarchica: ha infatti una lunga storia di collaborazione con il governo nelle azioni di detenzione e deportazione dei rifugiati.

Ci chiediamo: se questo è realmente un campo “umanitario”, allora perché è circondato da una recinzione?

Il problema è e resta il confine, non i migranti.

CONTRO OGNI FRONTIERA.

Alcune e alcuni solidali di Ventimiglia e dintorni.

Notizie dal Confine: “Stanno costruendo per noi una prigione” [ITA]

“Stanno costruendo per noi una prigione”
( cartello di un ragazzo durante l’ultima manifestazione)

Ci siamo. Dopo un mese di polemiche, ritardi e rimpalli si apre il nuovo campo di “accoglienza temporanea”  per le persone senza documenti.
Il campo ha per ora una capienza di circa 180 posti ma dovrebbe venire implementato nelle seguenti settimane in modo da poter “accogliere” più persone. Sarà riservato principalmente agli uomini mentre donne, bambini e famiglie dovrebbero continuare ad essere ospitate all’interno di alcune chiese della città di Ventimiglia.  Il centro si trova ai limiti dell’area ferroviaria del Parco Roja in una zona industriale vicino alla frazione di Bevera. Hanno quindi posizionato i “moduli abitativi”in un mare di cemento, un luogo invisibile e invivibile lontano circa 5 km dal centro città .
La gestione del campo sarà  affidata alla CRI e alle forze dell’ordine, coadiuvati dalla presenza del UNHCR.  Alle associazioni sarà permesso collaborare, tramite accreditamento con la CRI,  organizzando  anche, pare, attività ludiche o formative. Giusto lo spazio per dare un volto “umano” ad un campo che è di fatto di controllo e di contenimento, per invisibilizzare chi è bloccato dal regime di frontiera.  Le strade per arrivare al centro sono due, chi avrà accesso come volontario dovrà essere accreditato quindi sarà molto facile controllare chi entra e chi esce e sarà ristretto lo spazio per la solidarietà diretta e fuori dal controllo della Prefettura.

Il centro sarà un luogo di permanenza temporanea: così viene chiamato al di fuori di ogni comprensibilità giuridica. Le persone potranno stare nel centro fino ad un massimo di 10 giorni, saranno muniti di un cartellino identificativo con nome e codice a barre. Quest’ultimo permetterà l’ingresso all’interno del centro, un meccanismo che ricorda l’entrata tramite impronte del centro di Calais; allo scadere dei giorni concessi per il soggiorno il codice non funzionerà più e dovrebbe quindi non essere permesso l’ingresso. Come un prodotto in scadenza, i migranti non sono altro che una merce nel business del regime di frontiera; chi sarà ancora bloccato a Ventimiglia dovrà decidere tra l’allontanamento (ancora da capire in che forma e una probabile deportazione) e la permanenza in Italia.  All’interno del campo, infatti, oltre ai servizi di base come il cibo e i bagni, le persone riceveranno informazioni sui diritti e le possibilità per fare richiesta d’asilo in Italia.
Il tempo di permanenza ha proprio questo scopo: rendere “edotte le persone dei diritti e le procedure  per le richieste d’asilo” nel paese. Palese l’ipocrisia: chi arriva al confine con la Francia per chiedere asilo in Italia?
Di nuovo, dopo la serie di proteste dei migranti che ci sono state in questi mesi la risposta è quella umanitaria e di un pratico confino fuori dalla città.  I migranti l’hanno detto chiaramente: vogliamo non essere invisibili e vogliamo la libertà, oltrepassare il confine. Non cibo né servizi ma solidarietà e libertà.

Nella Chiesa di Sant’Antonio erano presenti venerdì più di 400 persone. Nel corso di quella giornata è stata spiegata: l’organizzazione del nuovo centro, la disponibilità per le prime 100 persone e il fatto che dopo la colazione di Sabato mattina l’accoglienza dentro la chiesa sarebbe finita. Per tutti gli altri, fuori dal numero disponibile, non è prevista una sistemazione ma la CRI si occuperà di fornire pasti in giro per la città dando dei sacchetti alimentari.
Circa 200 persone hanno reagito alla notizia, cercando di oltrepassare il confine priorità che rimane fondamentale per tutti loro,  almeno cinquanta sono state respinte e sono tornate verso la città. Chi abbiamo incontrato ribadisce lo scarso interesse verso la propria sistemazione ma la volontà di potersene andare liberamente. Dopo la distribuzione del pasto, le persone sono state allontanate. Tanta è la confusione e in molti si sono dispersi per la città o sono rimasti di fronte alla struttura.  Chi stava cercando di monitorare la situazione sabato, è stato allontanato e trattenuto in commissariato per un’ora.
Domenica sono state tante le persone che hanno provato ad attraversare e sono state respinte, tanti hanno tentato di dirigersi verso il centro per trovare un pasto e altre informazioni.  Centinaia di persone sono disperse per i dintorni della città.
Il campo, ben nascosto dagli occhi dei turisti che vogliono godere delle bellezze della Costa Azzurra, è funzionale al contenimento e al controllo delle persone senza documenti. Il piano è chiaro: abbassare il numero di persone presenti nel territorio, confinandole ai limiti della città e lasciandone altre fuori.
Le deportazioni continueranno e andranno a colpire proprio chi rimane all’esterno di questo spazio protetto che fornisce un equilibrio che è un ricatto.
Come diceva il cartello di un ragazzo all’ultima manifestazione: stanno costruendo per noi una prigione.
Dopo mesi di rastrellamenti, deportazioni e respingimenti ci siamo: uno spazio di confine funzionale al controllo.
Non servono tante raffinate elucubrazioni per capire qual’è la richiesta di chi viaggia, l’hanno ribadito di più volte: libertà.
La costruzione di questo centro non è una vittoria. L’ipocrisia grottesca di quanto accade è palese.

Alcune e alcuni solidali di Ventimiglia

SU QUESTE GIORNATE TERRIBILI

Non c’è stato alcuno sgombero del campo di Ventimiglia. È bastata la minaccia di un’azione di forza della polizia a far ripiegare il campo di fortuna sorto qualche settimana fa sulle rive del fiume Roya. È evidentemente la scelta di una comunità fragile, poco sicura di se stessa perché nata in mezzo alle ostilità, in quest’europa in guerra. I/le migranti in viaggio hanno sperato fino all’ultimo che di fronte a una scelta tanto umile l’intervento militare non ci sarebbe stato.

Domenica quindi all’ora indicata dall’ordinanza del sindaco Ioculano migranti e solidali si trovavano in spiaggia, in assemblea, a discutere di dove andare, come rimanere visibili, come riuscire a rimanere a Ventimiglia senza essere deportati. Ai telefoni dei/delle solidali presenti cominciano a giungere telefonate allarmanti. Avvocati, associazioni e altre fonti sono unanimi: ci sono almeno 150 uomini delle forze dell’ordine a Imperia che si preparano ad una grossa operazione. Pullman e aerei sono pronti per il giorno successivo.

L’assemblea ricomincia e alla scelta di resistere prevale il bisogno di protezione. Non tutti sono d’accordo, ma alla fine ci si dirige verso la chiesa più vicina. L’idea è di occuparla senza mediazioni. Le porte della chiesa vengono chiuse, si prova a forzare e il prete pare spaventato, ma poi interviene il Vescovo, di nuovo lui, Suetta, che quando le cose precipitano è sempre pronto a metterci una buona parola.

Molte persone, circa duecento, trovano quindi rifugio in chiesa. In città ce n’è almeno un altro centinaio. In molti non ci stanno e si dirigono verso il confine, altri provano a nascondersi in città. Diversi solidali, vista la situazione, preferiscono restare in strada e continuare a monitorare quanto accade. Si smonta il campo in spiaggia e si cerca comunque di supportare i/le migranti in chiesa. La loro scelta non piace a tutti/e, ma sebbene sia evidente la difficoltà a costruire insieme un discorso collettivo non schiacciato dalla paura, rimane la determinazione di tante persone a non andarsene da Ventimiglia.

Lunedì mattina, poco prima delle 6, è scattata l’operazione di “sgombero” della città. La situazione è grottesca: squadroni di carabinieri, militari, agenti di polizia e della guardia di finanza sfilano per la città dando la caccia ai/alle migranti. Gruppi di almeno una ventina di agenti rastrellano e inseguono poche persone che si nascondono o che non sanno nemmeno cosa stia succedendo.

Una disparità di forze terribile e agghiacciante. La città è militarizzata. I controlli si concentrano dapprima nella zona della spiaggia, della stazione e nel lungo Roia. Le persone vengono fermate, alcune chiuse dentro la sala d’attesa della stazione e viene loro tolto il telefono. Verso le 9 del mattino parte il primo autobus pieno di persone senza documenti, pare diretto verso qualche centro vicino a Ventimiglia.

Per tutto il giorno tra la frontiera alta e la città continuano questi rastrellamenti. Vengono fermate le persone che arrivano con il treno da Genova. Altri due autobus partono verso le 13, questa volta la direzione è Genova dove ad aspettarli pare ci siano dei voli della Mistralair, compagnia area delle Poste Italiane, diretti verso i cara di Mineo e di Bari. Gli ultimi due autobus partono, invece, verso le 16 in direzione dell’autostrada. Non è chiara quale sia la loro meta.

La situazione in stazione a Ventimiglia torna alla normalità: nel corso del pomeriggio i rastrellamenti avvengono direttamente a Genova Principe, dove almeno una decina di persone sono state fermate. Dopo il primo giorno di rilancio del piano Alfano la strategia delle autorità appare la stessa di qualche settimana fa: deportare le persone senza documenti presenti a Ventimiglia e bloccare nuovi arrivi in città. Solo che a questo punto il fallimento di questa politica razzista e violenta può essere mitigato dal protagonismo di santa romana chiesa.

In chiesa le assemblee si susseguono, mentre le notizie di quanto accade a Ventimiglia riempiono i media locali e nazionali. Le cronache dicono che le operazioni di polizia scorrono tranquille, come se la pulizia etnica di una città fosse ordinaria amministrazione. Il resto della scena è tutta del vescovo Suetta, sempre pronto alle emergenze, che propone una tendopoli nel giardino del seminario gestita da Croce Rossa e Protezione Civile. Le tendopoli poi diventano tre, ma in realtà si sa ancora poco delle trattative tra Vescovo, Sindaco e Prefetto. Suetta sembra non aver alcun problema a stare allo stesso tavolo dei responsabili delle deportazioni in corso.

I limiti di queste giornate sono evidenti. La scelta dell’assemblea è stata più un’espressione del bisogno di protezione e della volontà di superare il confine, che una scelta politica. Chiesa cattolica e Croce Rossa hanno mostrato un attivismo già visto in passato e stanno continuando a spostare il discorso pubblico sui bisogni, eludendo la questione centrale, quella del confine e della sua chiusura e guardandosi bene dal denunciare violenze e deportazioni, a cui peraltro la CRI ha spesso e volentieri partecipato. Per la polizia la giornata è stata fin troppo tranquilla, con duecento persone protette dalla chiesa non restava che rastrellare le strade prendendo i/le migranti in piccoli gruppi e aspettando quelli/e che arrivavano in stazione.

Restano comunque delle possibilità. Le persone rifugiate in chiesa sono sfuggite alla deportazione e da due giorni sono in assemblea permanente con i/le solidali presenti. Domani si dovrà uscire da quella maledetta chiesa e a quel punto si capirà meglio dove va la determinazione delle persone in viaggio e di chi le supporta e fino a che punto le autorità sono disposte ad arrivare pur di tener fede ai loro propositi razzisti. La strategia del governo è fallimentare, su questo non ci sono dubbi, e le persone continueranno ad arrivare a Ventimiglia e a bruciare il confine, tutti i giorni.

alcune/i solidali di Ventimiglia e dintorni                                                                                               al fianco di chi viaggia, contro ogni frontiera

 

P.S. mentre finiamo di scrivere queste righe la polizia è entrata dentro la chiesa dove si sono rifugiate le persone senza documenti e ha preso tutte le/gli europee/i solidali. Quindici persone sono state portate nella caserma di polizia e stanno subendo una perquisizione personale ed un identificazione fotodattiloscopica. Seguiranno aggiornamenti.

 

sfilatareparti dei carabinieri sfilano nel centro di Ventimiglia, ha inizio la caccia ai/alle migranti

gitareparti antisommossa dei carabinieri a guardia dei pullman per le deportazioni

WHERE IS FREEDOM: Il piano Alfano e la lotta per la libertà [ITA] [FR] [ENG]

Il piano Alfano è fallito. La serenità di questa affermazione non vuole nascondere la rabbia per i rastrellamenti nelle strade di Ventimiglia, le violenze della polizia nei commissariati e la deportazione di cinquanta persone dal confine italo-francese all’hotspot di Trapani, dove sono attualmente detenute. Gli annunci mediatici del ministro degli interni hanno avuto degli effetti molto concreti fatti di abusi e violenze, ma il “piano per per svuotare Ventimiglia dai migranti”, rivendicato con tanto orgoglio dalla questura di Imperia, è fallito.

Nei giorni immediatamente successivi le dichiarazioni di Alfano il movimento delle persone in viaggio non si è fermato, e già martedì la linea ferroviaria Ventimiglia-Nizza rimaneva chiusa un’ora per l’iniziativa di un gruppo di migranti che in pieno giorno ha cercato di attraversare la frontiera seguendo i binari. In commissariato, nel frattempo, la polizia ha avuto non pochi problemi a imporre l’identificazione alle persone rastrellate in città e le forme di resistenza, anche estreme, si sono andate moltiplicando. La risposta della questura, rafforzata nel suo organico di 60 uomini (oltre ai 60 alpini la cui inutilità è lampante), è stata muscolare e mediatica. Lo scopo è stato placare la pancia razzista del paese mostrando la presenza militare dello stato. Uno spettacolo violento che però non ha sostanzialmente impedito alle persone di raggiungere Ventimiglia e, in più di un caso, di bucare il confine.

Oggi a Ventimiglia sono presenti almeno 150 migranti, a dimostrare che sono fantasie quelle di chi crede che si possano confinare uomini e donne a suon di fermi, detenzioni e deportazioni. Se la polizia non si è fatta scrupolo di fermare le persone anche lungo la strada che porta alla sede della Caritas, così come ha vilmente sgomberato la foce del Roia mentre i/le migranti erano in fila per ricevere un sacchetto di cibo, questo non significa che il piano del ministro sia riuscito a piegare la determinazione di chi viaggia. Le persone rinchiuse a Trapani ci hanno chiamato, stanno bene (come si può star bene in un centro di detenzione…) e non vedono l’ora di ritrovare la libertà per ricominciare il proprio viaggio. Li aspettiamo presto qui al confine.

Dopo lo sgombero della foce del Roia un gruppo di migranti ha trovato rifugio sotto un ponte. Un posto brutto, sulle rive dello stesso fiume ma più a monte. In questo luogo, marginale nell’economia della città rivierasca, hanno trovato un minimo di tranquillità dalle vessazioni quotidiane della polizia. Qui la libertà di chi viaggia ha ricominciato a organizzarsi. Negli scorsi giorni ci sono state diverse assemblee nelle quali è emersa più volte la volontà di stare uniti/e e di far fronte insieme all’attacco della questura. I/le migranti hanno deciso di partecipare alla manifestazione contro violenze e deportazioni, e hanno chiarito a più riprese come le ragioni della protesta riguardano tanto la chiusura del confine, quanto le violenze della polizia italiana e francese. Forte è la voglia di uscire dall’invisibilità, per riaffermare la propria presenza e la comune volontà di passare il confine. La parola d’ordine più ricorrente è sempre la stessa: freedom, hurriya, libertà.

La controparte non l’ha presa bene. Stampa e questura hanno dimostrato in questa settimana un certo nervosismo, cercando di smentire alcune delle testimonianze che i/le solidali andavano via via raccogliendo e diffondendo. Non sono mancate nemmeno le intimidazioni da parte della polizia rispetto alla costante attività di monitoraggio dei/delle solidali presenti sul territorio. Avrebbero evidentemente preferito un po’ di discrezione. Non è a loro che dobbiamo dimostrare la nostra affidabilità, ma a chi ci consegna queste storie. Siamo abituati/e a prendere molto seriamente i colpi inferti dal braccio armato dello stato e sappiamo che serve cura tanto per le ferite del corpo quanto per ciò che si portano dietro. Quando usiamo certe parole, come tortura, violenza, deportazione, non lo facciamo a cuor leggero, ma l’amicizia che ci lega alle persone in viaggio ci impone di raccontare ciò che accade. Le testimonianze riportate nei comunicati nascono come promesse fatte a mezza voce che si rompono in un grido di fronte al silenzio che circonda questi episodi. Forse cominceremo anche a raccogliere i referti medici, ma con o senza questi non temiamo smentite e intimidazioni, sappiamo ciò che diciamo e non sarà un giornale online o un questurino a farci smettere di raccontare.

Come solidali restiamo al fianco di chi è in viaggio, continuando a supportare queste persone che chi governa vorrebbe invisibili e passive. Come nemici e nemiche delle frontiere vogliamo dar seguito alle parole usate in questi giorni nei comunicati usciti. “Estendere la solidarietà”, “bloccare le deportazioni” non sono per noi semplici slogan. A quanti supportano i/le migranti e l’azione dei/delle solidali al confine chiediamo quindi di fare un passo in avanti. Se come abbiamo detto i piani del ministero degli interni e della questura non hanno sortito gli effetti desiderati, ciò non vuol dire che non ci aspettiamo altri attacchi alla libertà di chi viaggia senza documenti. Il campo di fortuna sulle rive del Roia non è un luogo sicuro e in stazione così come nelle strade continuano i rastrellamenti. E’ possibile che nuovi sgomberi e nuove deportazioni abbiano luogo. Dobbiamo essere pronti/e, e non rassegnarci a un ruolo di mera testimonianza. Gli obiettivi non mancano. Il primo di questi è il blocco reale delle deportazioni, interponendoci ai fermi e al trasporto coatto delle persone in viaggio ovunque sia possibile. Se anche non ci si trova sul percorso delle deportazioni questo non impedisce a nessuno di mettere in crisi la circolazione di mezzi e persone in altri luoghi, esprimendo così la propria solidarietà verso i/le migranti. Il secondo obiettivo è denunciare le complicità di cui gode il sistema delle deportazioni, boicottare con i mezzi che ognuno riterrà più opportuni chi fa soldi con il trasporto coatto e la detenzione di esseri umani, Poste Italiane in primis.

Al contempo sentiamo forte la necessità di estendere il piano della solidarietà, dando un sostegno concreto a chi è in viaggio e costruendo materialmente la possibilità per tutti/e di agire qui ed ora come se il confine non ci fosse. La libertà che cerchiamo per tutte e tutti ha bisogno di una dimensione popolare, ampia, che a partire dalle pratiche di mutuo aiuto quotidiane smonti pezzo pezzo il discorso legalitario sulla gestione dei flussi, sull’accoglienza ecc. Crediamo in sostanza che a partire dalle relazioni di solidarietà diretta il distinguo fra ciò che è legale e ciò che non lo è perda di significato, aprendo la strada a una solidarietà diffusa verso le persone senza documenti che metta in crisi gli apparati di controllo della fortezza europa.

Infine Ventimiglia. A breve usciremo con un resoconto della giornata di oggi, in cui in tante e in tanti siamo stati di nuovo in piazza insieme. Rimane importante una presenza al confine di solidali, ma non ci illudiamo che la nostra semplice presenza basti a farla finita con gabbie e frontiere. Per questo chiamiamo fin da subito a delle giornate di azione per il mese di giugno, per fare un passo ulteriore nella lotta internazionale contro tutte le frontiere, ovunque si trovino.

La libertà è dove ci si organizza insieme!

alcune/i solidali a Ventimiglia

al fianco di chi viaggia, contro ogni frontiera

[FR]

WHERE IS FREEDOM : le plan Alfano et la lutte pour la liberté

Le plan Alfano a échoué. Affirmer cela sereinement ne revient pas à cacher notre colère face aux rafles dans les rue de Vintimille, la violence de la police dans les commissariats et la déportation de 50 personnes de la frontière franco-italienne au Hotspot de Trapani, où elles sont actuellement toujours détenues. Certes les annonces médiatiques du ministre de l’intérieur italien a eu des effets très concrets faits d’abus et de violences, mais le « plan pour vider Vintimille des migrants », revendiqué avec tant d’orgueil par la préfecture d’Imperia a néanmoins échoué.

Dans les jours qui ont immédiatement suivi les déclaration d’Alfano, le mouvement des personnes en voyage ne s’est pas arrêté et déjà mardi la ligne ferroviaire de Vintimille-Nice restait fermée à l’initiative d’un groupe de migrant.e.s qui en pleine journée a cherché de traverser la frontière en suivant les rails. Pendant ce temps là, au commissariat, la police a eu quelques difficultés à imposer l’identification des personnes arrêtées en ville, et les formes de résistance, même extrêmes, se sont multipliées. La réponse de la préfecture, renforcée de 60 hommes (en plus des 60 « Alpini » dont l’inutilité est évidente) a été musclée et médiatique. L’objectif a été de satisfaire les racistes de ce pays par la présence militarisée de l’État. Un spectacle violent qui cependant n’a pas fondamentalement empêché les personnes de rejoindre Vintimille et, en plusieurs points, de créer des brèches dans la frontières.

Aujourd’hui à Vintimille se trouvent au moins 150 migrants qui prouvent par leur présence que croire que l’on peut confiner des femmes et des hommes à coups d’arrestations, de rétention et de déportation relève de la fantaisie. Si la police n’a eut aucun scrupule à arrêter les personnes même le long du chemin qui conduit à la porte du siège de la Caritas, tout comme à expulser de manière véhémente la Foce del Roia (l’embouchure de la rivière Roya) alors que les migrant.e.s étaient en file pour recevoir un sac de nourriture, cela ne signifie pas pour autant que le plan du ministre ait réussi à mettre un terme à la détermination de ceulles qui voyagent. Les personnes enfermées à Trapani nous ont appelé. Elles vont bien (aussi bien que l’on puisse être dans un centre de rétention…) et sont impatientes de retrouver la liberté pour recommencer leur propre voyage. Nous les attendons de pied ferme.

Après l’expulsion du camp au bord de la rivière, un groupe de migrant.e.s a trouvé refuge sous un pont. Un endroit affreux, sur les rives du même fleuve, mais plus en amont. En ce lieu, marginal dans l’économie de la ville, ils ont trouvé un minimum de tranquillité face aux vexations quotidiennes de la police. Ici la liberté de ceulles en voyage a recommencée à s’organiser. Durant les jours précédents, se sont tenues plusieurs assemblées au cours desquelles est apparue à plusieurs reprises la volonté de rester uni.e.s et de faire front commun face à cette attaque de la préfecture. Les migrant.e.s ont décidés de participer à la manifestation contre les violences et les déportations et ont clarifié à plusieurs reprises les raisons de cette protestation. Elles concernent aussi bien la fermeture de la frontière que les violences des polices italiennes et françaises. Le désir de sortir de l’invisibilité est fort, afin de réaffirmer leur propre présence et la volonté commune de passer la frontière. Le mot d’ordre le plus récurrent est toujours le même : freedom, hurriya, liberté !

Le camp adverse n’a pas particulièrement apprécié. Journaux et préfectures ont fait preuve cette semaine une certaine nervosité, cherchant de démentir certains des témoignages que les personnes solidaires avaient pu recueillir puis diffuser. Les intimidations de la police se sont multipliées contre le travail quotidien de monitoring (copwatch) des personnes solidaires présentes sur le territoire. Ils auraient évidemment préféré un peu de discrétion pour leur sale besogne.

Ce n’est pas à la parole de ceux-ci, mais plutôt à celle de ceux qui témoignent directement de ces choses que nous devons confier notre confiance. Nous sommes habitué.e.s à prendre très au sérieux les coups assénés par le bras armé de l’État et nous savons qu’ils nécessitent une attention et des soins, que ce soit pour les coups sur les corps que ces blessures qu’ils continuerons à porter en eux/elles. Quand nous usons de paroles telles que torture, violence, déportation, nous ne le faisons pas le cœur léger, mais l’amitié qui nous lie aux personnes en voyage nous impose de raconter ce qu’il leur arrive. Les témoignages rapportés dans nos communiqués naissent comme des promesses faites à demi-voix, qui se transforment en un cri de rage face au silence qui entoure ces épisodes. Peut-être nous allons commencer à recueillir les témoignages médicaux… Mais même en leur absence, nous ne craignons ni les démentis, ni les intimidations, nous savons ce que nous affirmons et ce ne sera pas un journal en ligne ou un minable préfet qui nous feront cesser de publier ces témoignages.

En tant que solidaires, nous restons au côté de ceulles qui voyages, persistant à soutenir ces personnes que nos gouvernements voudraient invisibles et passifs. En tant qu’ennemi.e.s des frontières, nous voulons donner une suite aux paroles utilisées ces derniers jours dans nos communiqués. « Etendre la solidarité », « bloquer les déportations » ne sont pas de simples slogans. Nous invitons donc toutes celles et ceux qui soutiennent les migrant.e.s et l’action des personnes solidaires à la frontières de faire un pas en avant. Si, comme nous l’avons dit, les plans du ministère de l’intérieur et de la préfecture n’ont pas aboutit aux effets escomptés, cela ne revient pas à dire que nous ne nous attendions pas à de nouvelles attaques à la liberté de ceulles qui voyagent sans papiers. Le camp de fortune sur les rives de la Roya n’est pas un lieu safe, tandis qu’à la gare comme dans les rues les arrestations se poursuivent. Il est possible qu’il arrive de nouvelles expulsions et de nouvelles déportations. Nous devons être prêts à ne pas nous résigner à un rôle de simple témoignage. Les objectifs ne manquent pas. Le premier d’entre eux est un un blocage effectif des déportations, nous interposant lors des arrestations et du transport forcé de personnes en voyage, partout où cela se révèle possible. Si nous n’y sommes pas présents, rien ne nous empêchent de mettre en échec la circulation des biens et personnes dans d’autres lieux, exprimant ainsi notre solidarité à l’encontre des migrant.e.s. Le second objectif serait de dénoncer la complicité de ceux qui bénéficient du système des déportations, de boycotter avec les moyens que chacun.e retiendra le plus opportun ceux qui font du profit avec les déportations forcées, la détention d’êtres humains, à commencer par la poste italienne [déportation avec un avion de la poste, sic]

En même temps, nous ressentons la nécessité d’étendre notre solidarité, en offrant un soutien bien concret à ceulles en voyage, construisant matériellement la possibilité de toutes et tous d’agir ici et maintenant comme si la frontière n’existait pas. La liberté que nous cherchons pour toutes et tous a besoin d’une dimension populaire, large, qui, à partir des pratiques d’entraide quotidienne démonte pièce par pièce le discours légaliste sur la gestion des flux, l’accueil, etc. Nous sommes intimement convaincus  qu’à partir de cette relation de solidarité directe la distinction entre ce qui est légal et ce qui ne l’est pas explose et nous apparaît comme inconsistante. Cela ouvre la voix à une solidarité diffuse envers les sans-papier.e.s qui puisse, finalement, mettre en crise les dispositifs de contrôle de la forteresse Europe.

Infine Vintimille. A terme, nous publierons un bilan de la journée d’aujourd’hui, durant laquelle nous fumes de nouveau nombreuses et nombreux dans la rue, ensemble. La présence de personnes solidaires à la frontière reste importante, mais nous ne faisons pas d’illusion : notre simple présence ne suffit pas d’en finir avec les cages et les frontières. Pour cela, nous appelons dès maintenant à des journées d’action durant le mois de juin, pour faire pas supplémentaire dans la lutte internationale contre les frontières, où qu’elles se trouvent.

La liberté se trouve là où l’on s’organise collectivement !

Quelques personnes solidaires de Vintimille

Aux côté de ceulles qui voyage, contre toutes les frontières !

[ENG]

WHERE is FREEDOM : the Alfano [interior italian minister, sic] and the struggle for freedom

The Alfano plan failed. Affirming this serenely doesn’t mean ignoring our anger with round-ups in the streets of Ventimiglia, the violence of the cops in the police station and the deportation of 50 people from the french-Italian border and the Hotspot of Trapani, where there are still detained. Obviously, those declarations of the Italian interior minister had real its real concreteness within various abuses and violence. Nervetheless, the “plan to pull back migrants from Ventimiglia”, proudly claimed by the prefecture of Imperia has failed.

In the following days of the Alfano statement, the movement of the travelling people did not stop and tuesday yet, the train line Ventimiglia-Nice stayed closed due to the presence of a group of migrants on the railway in the middle of the day who were trying to cross the border following it. Meanwhile in the police station, cops were having some difficulty to complete the identification of the persons arrested in city: the even more extreme forms of resistance multiplied. The answer of the police headquarters (questura) of Imperia , reinforced by 60 more men – in addition with the 60 useless “Alpini” has been highly forceful and publicized. The goal was certainly to satisfy the racists of this country showing up a reinforced militarized state presence. A violent spectacle. Noneless, it did not substantially block the persons to reach Ventimiglia and even breaking in the border on several points.

Today in Ventimiglia, there is at least 150 migrants, proving by their mere presence how believing to confine women and men with arrests, detention and deportation. If the police didn’t feel any problem with arresting people on the way to the Caritas [only place where they can get food legally, sic] or with their vehement eviction of the Foce del Roya Camp [at the estuary of the river] while migrants were in line to receive a food pack, it does not mean the Alfano Plan managed to break and submit the determination of the persons in travel. Persons jailed in Trapani called us, they are ok (as ok you can be in a detension center…) and they can’t wait to regain freedom to restart their own trip. We are waiting for them here.

After the eviction of the Foce del Roya, a group of migrant found shelter under a bridge. A awfull place, on the riverside of the city but more upstream. In this marginalized zone of the city economy, they found some minimal peace from the everyday vexations of the police. Here, the freedom of those who travel re-organized itself again. In the same days several assemblies took place where appeared on several occasions the strong will to stay together and stand united in front of the police offensive. The migrants decided to participate to the demonstration against violence and deportation, and they clarified on different occasion the reasons of this protest. The concern is as much about the closure of the border as the violence of the Italian and French police. Strong is the desire to get out of invisibility, to reassess their own presence and common will to cross the border. The watchword remains the same: FREEDOM! HURRYA!

Our enemies did not really appreciate. Medias as police prove a certain nervousness, trying to deny some of the testimonies that activists gathered and spread. Intimidations towards those same people present on the territory who try to monitor the border went growing. They would have obviously preferred more discreteness. Our trust must not go to those ones, but rather towards the ones who directly testified it to us. We are used to take seriously any hurt perpetrated by the armed hand of the state. We know perfectly how much attention those bodily inflicted injuries as those ones irreparable they will keep with them need. When we use some words like torture, violence, deportation, we don’t do it with a light heart, but the friendship that bounds us to those persons pushes us to say what is happening. Testimonies brought out in our statements get born as promises whispered, and breach out as a shout in front of all the silence surrounding those events. Maybe We will state to gather medical reports. But with or without them, We are not afraid of denials and intimidations We know what we are saying and it will not be an online journal or an officer who will stop to talk.

As person in solidarity, we stay together with those who travel, persisting in supporting those persons that governments would like to see invisible and passive. As ennemies of the borders, We want to give a continuation to the same words pronounced in our recent statements. “To extend solidarity”, “to stop deportations” are not mere slogans for us. To those who support migrants and the action of activists at the border we ask to make a step forward. If, as we said before, the plans of the interior ministry and of the police headquarters did not reached their goals, it doesn’t mean we are not awaiting for a new attacks to the freedom of those travelling without documents. The camp on the river of the Roya is not a safe place, and in the station as in the streets, arrests are continuing. New evictions and deportations could occur. We must be ready, and to not restrain within a role of mere testimony. We don’t miss goals to reach! The first one is the real blockade of any deportation, standing at any arrest and forced displacement of person in travel anyway it is possible. And even if We are not on the way of a deportation, it doesn’t stop anybody to put into crisis the free movement of goods and people in other places, expressing so her or his own solidarity towards migrants. The second objective is to denounce the complicity of those who take advantage of the deprtation system, boycotting by any means necessary, all those who make profit with forced displacement and detention of human beings, starting by the Italian Post Service [facilitating the airplane for the deportation to Sicily]

At the same time we strongly feel the necessity to spread the solidarity, giving concret support to those who are travelling, building materially the possibility for all to act here and now as if the border did not exist. The freedom We are claiming for all needs a grassroots and large dimension that, from practices of everyday mutual aid, breaks brick by brick the legalistic discourse on the management of fluxes, reception, etc. In a few words, We believe that from the relations of direct and widespread solidarity the distinction between legal and illegal loses its pertinence, opeing the way to a form of solidarity towards undocumented persons that put into crisis the systems of control of the Fortress Europe.

Finally, Ventimiglia. In a short time We will publish a statement about today’s events, during which we found ourself protesting together. The presence of persons in solidarity at the borders remains important, but We are aware own mere presence is not enough to make an end to a cage and border regime. This is why we already call for days of action during the month of June, in order to make a step forwards in the international struggle against all borders, anywhere they are.

Freedom is where We organize!

Some persons in solidarity in Ventimiglia

On the side of those who travel, against any border!

[ITA-ENG] Notizie dalla frontiera (11 Maggio ’16): Il piano Alfano,rastrellamenti e identificazioni

Il 7 Maggio Alfano è arrivato a Ventimiglia. Il ministro dell’Interno ha visitato il centro della Croce Rossa, vicino alla stazione ferroviaria e ha lanciato il suo piano per risolvere il “problema” dei migranti in città.

Chiudere il centro e aumentare i controlli” questa la ricetta. 60 poliziotti in più e 60 militari per “sgomberare” la città entro domenica. Il progetto prevede di impedire alle persone di raggiungere Ventimiglia per tentare di attraversare il confine, intensificando i controlli a Imperia, Savona e Genova. Risolvere il problema “a monte” come auspicava il sindaco Ioculano, privare della libertà di movimento le persone già all’interno dei confini nazionali. “Se lo capiscono con le buone non partono, se non lo capiscono con le buone li faremo scendere prima” così dichiara Alfano, lo stesso uomo che pubblicamente affermava la necessità di “un modederato uso della forza” per prendere le impronte ai migranti. Il moderato uso di forza di cui parla il ministro significa tortura psicologica, uso di teaser e percosse come ci raccontano le persone che escono dagli Hotspot di Pozzallo e Lampedusa.
Chiudere il centro della Croce Rossa dunque, che era aperto solo per quanti erano disposti a farsi identificare e a fare domanda di asilo in Italia come prevede Dublino 3, rinunciando così alla possibilità di raggiungere amici, familiari in altre destinazioni. Un luogo già funzionale al piano Hotspot, un vero e proprio centro di identificazione al confine.
Centinaia di persone da qualche mese r
estavano invece per strada, tra polizia e passeurs, bloccati in città anche per lungo periodo. Abbiamo già denunciato le violenze e i soprusi che tanti hanno dovuto subire, le continue deportazioni di chi viene fermato dalla polizia anche a Nizza o Marsiglia.
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Il piano Alfano mira a “svuotare” la città da chi vuole viaggiare. Come?
Mostrando i muscoli, rastrellamenti, identificazioni forzate e fogli di espulsione. Per ora.
Lo stiamo vedendo in questi giorni. Polizia e digos fermano le persone in viaggio, a piccoli gruppi per costringerle a lasciare le impronte. Una volta identificate quasi tutte queste persone ricevono un
decreto di espulsione e per ora vengono rilasciate. Martedì, nell’arco di tutta la giornata, almeno 14 persone sono state prese dalla polizia o da agenti in borghese. Qualcuno è stato fermato in spiaggia, altri nel parco pubblico e alcuni sulla strada tra la stazione e la sede della Caritas, che distribuisce cibo. Sempre martedì, nel tardo pomeriggio, la linea ferroviaria tra Italia e Francia è rimasta bloccata per 40 minuti. Un gruppo di migranti ha provato ad attraversare il confine tramite la strada dei binari in pieno giorno. La caccia all’uomo del piano Alfano non ferma la determinazione di chi viaggia. Si prova, in ogni modo, ad attraversare il confine. Anche in pieno giorno e bloccando i treni.

Mercoledì in mattinata gli agenti, grazie alla pioggia battente, sono andati sulla foce del Roya dove molti migranti si rifugiavano per dormire, e hanno gettato via tutte le coperte e i vestiti chiamando quest’infame operazione “sgombero”. Intanto le persone si erano spostate verso un altro luogo più riparato, molti si tengono alla larga dalla stazione per la paura di finire nelle mani dalla polizia. Il numero delle persone fermate dalla polizia continua a crescere; per ora circa 15 persone sono state fermate e prelevate dalla polizia. Alcuni hanno ricevuto il foglio di espulsione. Molti di loro sono già stati identificati in altre città italiane, molti di loro hanno subito violenze. Sappiamo che alcuni hanno provato a resistere all’identificazione, una procedura che inficia la possibilità di chiedere asilo o regolarizzarsi altrove. Qualcuno, nei giorni scorsi, ha messo a rischio la propria vita, provando a darsi la scossa con un filo elettrico e poi bevendo l’inchiostro presente nell’ufficio del commissariato. Sappiamo anche che venerdì una persona di nazionalità eritrea fermata sul confine è stata picchiata dalla polizia di frontiera italiana, aveva i segni delle percosse, ha provato ad impiccarsi con un filo elettrico.

A Ventimiglia è in atto una vera e propria caccia all’uomo.

Uomini, donne e bambini senza i documenti giusti, che già dormivano per strada in condizioni disumane, vengono ora ufficialmente banditi dalla città. Sono loro la preda della caccia, i “criminali”.

Stare in silenzio di fronte a questi rastrellamenti, alle identificazioni massicce e alla distribuzione di fogli di espulsione è accettare un regime razzista. Criminalizzare queste persone, lasciare che su di loro si usi la forza è inaccettabile e disumano.
La soluzione di Alfano rivela il vero volto delle politiche europee in materia di immigrazione: rastrellamenti, detenzione e deportazioni.
Non è più possibile voltarsi dall’altra parte, pensare che non ci riguardi. Bisogna scegliere da che parte stare.

[ENG]

On the 7th of May Minister of Interior, Alfano, arrived in Ventimiglia: he visited the Red Cross Center, situated near to the train station, and launched his plan to solve the “problem” concerning the migrants in the city.

Recipe is clear: close the center and increase controls. 60 more police man and 60 military man were send to Ventimiglia in order to “evict” the city by Sunday. The project aims to prevent people from reaching Ventimiglia in order to cross the border, intensifying controls in Imperia, Savona and Genoa. To solve the problem “upstream”, using the words of mayor of Ventimiglia Ioculano, means to deny the people already inside the country of their freedom of movement. “If they understand that, they will not leave, if they do not understand that we let them down before, with any means necessary” said Alfano. Beforehand, he also publicly stated that there was the need for ‘a moderate use of force’ in order to take fingerprints from migrants. The ‘moderate use of force’ mentioned by the minister means psychological torture, use of teaser and beatings as showed by the people coming from the Hotspot of Pozzallo and Lampedusa.

Close the Red Cross Center, then. The center was already open only to those who were willing to be identified and to apply for asylum in Italy – according to the procedures of Dublin 3. This also meant that people had to give up the chance to reach friends and family in other destinations. Therefore, a place already conceived to apply the Hotspot plan, an effective identification center placed in town.

Hundreds of people preferred instead to remain on the street even for few months, between police and smugglers, stuck in town, sometimes for long periods. We have already denounced the violence and abuses that so many people have suffered, and the continuing deportations of those people arrested by the police in Nice or Marseille.

The plan Alfano aims to “empty” the city from those who want to travel. How?
By showing the muscles. In other words, through raids, forced identifications and deportation orders. Until now.
We see it during these days. The Police and Digos stop people traveling in small groups and force them to leave fingerprints. Once this is done, almost all of these identified people receive a deportation order and for now they are released. On Tuesday during the day, at least 14 people were taken by cops and undercover cops. Someone was stopped on the beach, and some others in the public park or on the road between the station and the headquarters of Caritas, (which distributes food). Always on Tuesday, in the late afternoon, the railway line between France and Italy has been blocked for 40 minutes. A group of migrants tried to cross the border through the tracks in bright daylight. The manhunt required by the Alfano plan will not stop the determination of those who travel. We try, in every way, to cross the border. Even in broad daylight and blocking trains.

On Wednesday morning cops, also thanks to persistent rain, have gone on the mouth of the river Roya, where many people took shelter to sleep, and threw away blankets and clothes. They called this infamous operation “eviction”. Meanwhile, people had moved to another more hidden place, many avoid the train station for fear of ending up in the hands of the police. The number of people stopped by the police continues to grow; for now about 15 people were stopped and taken by the police. Some received deportation orders. Many of them have already been identified in other Italian cities, many of them have suffered violence. We know that some have tried to resist the identification procedure, a procedure which impede the possibility of applying for asylum or to be regularized elsewhere. Recently, someone risked his life, trying to jolt himself with an electric wire. Then he drunk the ink in the office of the police station. On Friday, we also know that a person of Eritrean nationality was stopped on the border and beaten by the Italian border police. He carried signs of beating all over his body. He tried to hang himself with an electrical wire.

Literally a manhunt is now taking place in Ventimiglia.

Men, women and children without proper documents, which were already sleeping on the street in inhuman conditions, are now officially banished from the city. They are the prey of the hunt, the “criminals”.

To be silent while raids, massive identifications and distribution of deportation orders sheets means to accept a racist regime. To criminalise these people and let the force to be used on them is unacceptable and inhumane.
The ‘Alfano solution’ reveals the true face of the European policies on immigration: raids, detention and deportation. You can no longer look the other way or think that it does not concern us. You have to choose a side.

Notizie dalla frontiera (20 aprile ’16): tra abusi di potere e resistenza [ITA] – [FR]

Nel pomeriggio di lunedì 18 aprile, una sessantina di migranti, bloccati da giorni a Ventimiglia, si sono incamminati verso la frontiera italo-francese in segno di protesta, per rompere l’invisibilità imposta loro dal regime del confine,  per denunciare le indegne condizioni di vita nella città frontaliera italiana, e per rivendicare la libertà di movimento per tutti.

Il primo gruppo, composto da circa 25 persone sudanesi, ha superato la frontiera marciando sui binari, successivamente sono stati fermati dalla polizia francese con 4 mezzi blindati antisommossa e due macchine. Al rifiuto da parte dei migranti di tornare indietro, le forze dell’ordine hanno reagito con manganellate e scariche elettriche. L’intero gruppo è stato detenuto dalla PAF (police aux frontières) e due ragazzi sudanesi sono stati ripetutamente picchiati, tanto che uno di loro è stato ospedalizzato prima di essere consegnato alla polizia italiana. Anche altri gruppi di persone in viaggio sono stati intercettati dagli agenti mentre marciavano verso la frontiera e riaccompagnati a Ventimiglia.

Stazione PAF a Ponte San Luigi

In totale 34 persone senza documenti, tutte recentemente sbarcate sulle coste italiane, sono state detenute da lunedì fino al tardo pomeriggio del giorno seguente dalle forze dell’ordine italiane, che ne hanno prelevato le impronte digitali e decretato l’espulsione tramite provvedimento di respingimento differito entro sette giorni.
I migranti hanno denunciato abusi anche da parte delle autorità italiane: cinque persone sono state malmenate per ottenere forzatamente le impronte, mentre diversi di loro hanno subito trattamenti estremamente degradanti e violenti, addirittura con uso di pinze nelle zone genitali.

In un clima di costante abuso di potere, chi si ribella al vile regime di frontiera per rivendicare dignità e libertà di movimento, viene represso e punito in modo brutale.

Negli ultimi giorni nella città di Ventimiglia sono bloccati più di 200 migranti, costretti a bivaccare in condizioni disumane: si dorme in strada o in spiaggia, senza coperte, cibo sufficiente né beni di prima di necessità, subendo vessazioni e violenza quotidiane da parte delle forze dell’ordine.
Quanto successo Lunedì è  solo l’esito della linea dura delle autorità italo-francesi il cui scopo principale è rendere invisibili le persone in viaggio. Già la mattina di Venerdì 16 Aprile, la polizia italiana aveva sgomberato l’area della stazione, buttando via tutte le coperte e i vestiti e portando in caserma 9 persone per identificarle e poi dargli il decreto di espulsione.
Una situazione di grave repressione che mira a “gestire” il “problema migranti” a suon di violenza ed espulsione, cercando così di silenziare e invisibilizzare chi viaggia.

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“People die on the sea, freedom of movement to all”; “We are all one, we want dignity”; “Save us, do not push us back”; alcune delle scritte che stringevano tra le mani i migranti appena rilasciati.

Mentre si allunga la macabra conta dei morti nel Mediterraneo e si muore per mani della polizia a Idomeni, a Ventimiglia le persone in viaggio resistono. La frontiera, come insegna quanto successo a Taranto o Marsiglia, è ovunque e il prezzo da pagare per la libertà è fatto di violenze e fogli di espulsione. Il silenzio e la cecità di troppi non possono impedirci di sentire l’urlo forte di chi vuole la libertà e la dignità.

[FR]

« Marche pour la dignité et la liberté », circulation des trains brièvement bloqués et violences policières entre Menton et Vintimille.

Ce lundi 18 avril dans l’après-midi, une soixantaine d’exilés soudanais bloqués depuis plusieurs jours à Vintimille, se sont dirigés vers la frontière franco-italienne en signe de révolte, pour effacer l’invisibilité que le régime des frontières cherche à leur imposer, dénoncer les conditions de vie indignes dans laquelle ils se trouvent dans la ville frontalière et pour revendiquer la liberté de circulation pour tous.

Le premier groupe, composé d’environ 50 exilés d’origine du Soudan (principalement du Darfour) a traversé la frontière à pied en marchant plus de 8km depuis la gare de Vintimille, le long des voies ferrées. Ils ont étés stoppés au passage à niveau de Menton Garavan par la police française. Quatre fourgons renforcés et deux voitures de police leur barrèrent le chemin. Face au refus des migrants de faire marche arrière, les forces de l’ordre ont réagi par l’usage de matraque (tonfas) et de pistolet à impulsion électrique (taser). Le groupe entier a ensuite été détenu par la PAF de Menton, et deux jeunes soudanais ont été particulièrement victime de violences policières si bien que l’un d’entre eux a dû être finalement emmené à l’hôpital  avant d’être remis aux autorités italiennes. D’autres groupes de personnes en voyage ont étés également interceptés par la police tandis qu’ils marchaient vers la frontière et raccompagné à Vintimille.

En total, ce sont 34 personnes « sans-papiers », tous récemment débarqués sur les côtes siciliennes qui ont été détenus par la police italienne de lundi à mardi jusqu’à tard dans l’après-midi. Ils leurs ont prélevés leurs empreinte digitales et ont prononcé à leur encontre des obligations de quitter le territoire italien d’ici à sept jours.
Les migrants ont dénoncés des violences et des abus également de la part des autorités italiennes : cinq personnes ont étés littéralement malmenées afin de les faire obtempérer par la force à donner leurs empreintes digitales. D’autres ont subis des traitements extrêmement dégradants et violents allant même jusqu’à l’usage de pinces électrique sur les parties génitales (!).

Dans un climat d’abus de pouvoir permanent, qui ose se lever face au régime corrompu des frontières pour revendiquer sa dignité et la liberté de circulation se fait réprimer et punir de manière brutale.

Ces derniers jours dans la ville de Vintimille plus de 200 migrants dont des familles avec enfants en bas âge se trouvent bloqués, contraints à bivouaquer dans des conditions précaires et inhumaines. A même le sol de la gare ou sur la plage, sans couvertures ni nourriture suffisante, sans quelconque bien de première nécessité, ils sont sujets au harcèlement et aux violences quotidiennes des force de l’ordre.

Ce qui s’est produit ce lundi est le résultat de la ligne ferme tenue par les pouvoirs français et italiens et dont le souci central semble être de plonger dans l’invisibilité les personnes en voyage. Déjà, dans la matinée du vendredi 16 avril, la police italienne a fait évacuer les bords du parvis de la gare, en détruisant toutes les couvertures et les vêtements qu’ils y trouvèrent et en embarquant au poste 9 personnes toutes relâchées dans la journée avec un avis d’expulsion du territoire à effet immédiat. C’est donc une situation de répression sérieuse qui a lieu en ce moment à la frontière, une politique de « gestion » du « problème des clandestins » basée sur la violence et les expulsions systématique, qui cherche à faire taire et rendre invisible tous ceux qui voyagent.

“People die on the sea, freedom of movement to all”; “We are all one, we want dignity”; “Save us, do not push us back”; parmi les pancartes que seraient dans leurs mains les migrants à peine relâchés.

Tandis que s’alourdit le bilan macabre des naufrages en méditerranée et que des refugiés meurent entre les mains de la police à Idomeni, à Vintimille, les personnes en voyage résistent. La frontière, comme ce qui s’est passé à Marseille ou à Taranto l’a encore récemment montré est partout et le prix à payer pour la liberté est fait de violences et de décrets d’expulsion. Le silence et la complaisance de trop nombreux d’entre nous ne peuvent néanmoins pas nous éviter d’entendre le cri cinglant d’individus qui, au risque de leur vie, recherchent la dignité et la liberté.

VENTIMIGLIA: COSA SUCCEDE IN CITTA’ [ITA] VINTIMILLE: CE QUI SE PASSE EN VILLE [FR]

Negli ultimi giorni i media hanno ricominciato a parlare di ciò che accade al confine tra Italia e Francia.
Le parole sono sempre le stesse: “invasione”, “crisi”, “emergenza”, ecc. Leggendo i giornali si ha l’impressione che il “problema migranti” sia improvvisamente riemerso dal nulla, come se in questi mesi a Ventimiglia non si fossero più viste persone in viaggio. La verità è che i migranti non sono tornati, semplicemente il flusso non si è mai interrotto.

Ventimiglia è zona di frontiera: in tanti hanno continuato e continuano ad arrivare per provare ad attraversare il confine. E così non si ferma la caccia ai migranti lungo tutta la Costa Azzurra, continuano i respingimenti e le deportazioni, non si ferma il lavoro dei passeur. Insomma, il dispositivo di confine continua a funzionare a pieno regime. E a subirlo è soprattutto chi non ha la disponibilità economica per garantirsi un passaggio tramite trafficanti di esseri umani.

Il numero di persone che dorme all’addiaccio in stazione aumenta di giorno in giorno. In tanti scelgono infatti di non accettare l’“accoglienza” offerta dal centro della Croce Rossa. Come mai? Perché da dopo gli attentati di Parigi l’accesso al centro è vincolato al rilevamento delle impronte digitali, così come previsto dall’infame Regolamento di Dublino, secondo cui i migranti devono essere identificati – se necessario, anche con l’uso della forza – e presentare domanda di protezione internazionale nel primo paese d’approdo. Per chi è in transito l’ingresso nel centro della Croce Rossa comprometterebbe quindi la possibilità di richiedere asilo altrove, fuori dall’Italia, così come desiderato dalla stragrande maggioranza delle persone in viaggio.

L’accoglienza offerta dalla Croce Rossa non è neutrale: l’istituzione non svolge un ruolo meramente umanitario ma è un attore chiave del governo delle migrazioni. In cambio di un pasto caldo e una brandina, viene intensificato il controllo su chi è in transito. Capirlo è piuttosto intuitivo, basterebbe infatti affacciarsi all’ingresso del centro e vedere i poliziotti che lo presidiano. Non è allora esagerato ridefinire come ricatto umanitario il lavoro svolto dalla Croce Rossa.

E se molta gente dorme in stazione, senza cibo salvo quel poco che Caritas e solidali più o meno organizzati riescono a fornire, ad aggravare la situazione vi è inoltre l’ordinanza emanata dal sindaco Ioculano che vieta di condividere del cibo coi migranti sul territorio del Comune di Ventimiglia. Uno dei titoli più interessanti delle scorse settimane enunciava: «I No Borders sfamano i migranti. Compatta l’amministrazione “Faremo valere l’ordinanza”». Interessante perché grottesco, impreciso e chiarificatore al contempo. Per Ioculano e l’amministrazione comunale guidata dal Partito Democratico condividere un pasto con le persone in viaggio è una pratica da sanzionare, chi lo fa va fermato, multato e criminalizzato. La solidarietà va repressa perché permette che i migranti possano sfuggire al ricatto umanitario, autodeterminarsi e magari pure organizzarsi contro il confine. Ciò mostra la dimensione assolutamente grottesca del potere, che si accanisce in modo esplicitamente razzista verso il più umano dei gesti, quello di condividere del cibo, svelando al contempo la forza potenzialmente sovversiva della solidarietà in questi tempi sempre più bui.

Di fronte alla resistenza dei migranti, Ioculano, il giovane e sorridente sindaco renziano, sa che un’ordinanza non può né potrà comunque bastare. A parer suo il problema va risolto “a monte”, espressione diplomatica per dire che alle persone andrebbe fisicamente impedito di raggiungere Ventimiglia, negando loro la libertà di circolazione anche all’interno del territorio nazionale. Chiediamoci allora dove sia “a monte”: in un hotspot, in un CIE, in un campo profughi in Turchia, in una prigione in Libia? Sicuramente lontano dai nostri occhi. D’altronde non si può certo permettere che la quiete della mite cittadina rivierasca sia turbata da orde di migranti…il turismo ne risentirebbe! Quello che Ioculano e più in generale le classi dirigenti nazionali ed europea non ci dicono è che un tale obiettivo può essere raggiunto solamente al prezzo di deportare e detenere in massa centinaia di migliaia di persone: precisamente ciò che hanno cominciato a fare.

E poi i “No Borders”. Che fanno cose, danno cibo, si assembrano, organizzano presidi, manifestano. Insieme agli immigranti clandestini, categoria contro la quale il potere ha buon gioco nell’organizzare la paura con lo scopo di deresponsabilizzarsi. Ancora oggi sulla stampa, leggiamo cose mai successe: allontanamento di attivisti, sgomberi di presunti accampamenti. Fantascienza pura creata ad arte per agitare e spaventare gli animi. Falsità per alimentare la tensione e spostare il problema. Sentiamo allora l’esigenza di fare chiarezza: i No Borders non esistono, o se esistono sono ben più di quei gruppuscoli di cui parla la stampa locale. No Borders è un’attitudine etica condivisa da un vastissimo movimento di persone, che – ovunque, dalle isole greche al Brennero, da Lampedusa a Calais, ma anche in Australia, in Marocco o in Messico – ha consapevolmente scelto di sfidare i confini imposti dal potere e affermare la libertà di movimento per tutte e tutti. Sono No Borders i migranti che tutti i giorni attraversano le frontiere della Fortezza Europa, sono No Borders tutte le persone che, ciascuna a proprio modo, supportano il loro viaggio. In altre parole, No Borders è una scelta di parte che tutte e tutti possiamo compiere.

Questo e tanto altro succede oggi a Ventimiglia e non solo.

La solidarietà è la nostra arma, usiamola!

alcune/i solidali di Ventimiglia e dintorni
dalla parte di chi viaggia, nemici delle frontiere

E perchè no, anche i migranti!

E perchè no, anche i migranti!

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VINTIMILLE: CE QUI SE PASSE EN VILLE

Ces derniers jours, les médias ont recommencé à parler de ce qui se passe à la frontière franco-italienne.

Les mots sont toujours les mêmes: “invasion”, “crise”, “urgence”, etc. En lisant les journaux, on a l’impression que le “problème migrants” a subitement resurgi de nulle part, comme si pendant ces mois on n’avait plus vu de personnes en voyage à Vintimille. La vérité est que les migrants ne sont pas revenus: pour cause, le “flux” de gens n’a jamais cessé.

Vintimille est une zone frontalière: beaucoup ont continué et continuent à arriver ici pour essayer de passer la frontière. La chasse aux migrants dans toute la Côte d’Azur ne s’arrête pas, les refoulements et les déportations continuent, le travail des passeurs ne s’arrête pas non plus. En somme, les dispositifs aux frontières continuent à tourner à plein régime, et s’applique avant tout à qui n’a pas les moyens de s’offrir un passage par le biais de trafficants d’êtres humains.

Le nombre de personnes qui dorment à la gare augmente de jour en jour. Nombreux choisissent de ne pas accepter “l’accueil” du centre de la Croix Rouge. Mais pourquoi ? Depuis les attentats de Paris, l’accès au centre est soumis à la prise d’empreintes digitales, comme le prévoit le règlement de Dublin, selon lequel les migrants doivent être identifiés -si nécessaire, par contrainte physique- et présenter leur demande d’asile dans le premier pays d’arrivée en Europe. Pour la grande majorité des personnes en transit ici, un passage par le centre de la Croix Rouge compromettrait le rêve d’une possible protection ailleurs, hors d’Italie.

L’accueil offert par la Croix Rouge n’est pas neutre: l’institution ne suit pas un rôle purement humanitaire mais constitue un acteur de la gestion des migrations. En échange d’un repas et d’un lit de camp, ceux qui sont en transit doivent accepter un contrôle renforcé. Comprendre ceci est plutôt élémentaire, pour peu que l’on se rapproche de l’entrée du centre et qu’on y voit les policiers qui y président. Il ne semble alors plus excessif de redéfinir comme un chantage humanitaire le travail effectué par la Croix Rouge.

Et alors que tant de gens dorment à la gare, sans nourriture sauf le peu que Caritas et quelques solidaires plus ou moins organisés sont capables de leur fournir, la situation est aggravée par l’ordonnance émanant du maire Ioculano et interdisant de partager toute nourriture avec les migrants sur le territoire de la commune de Vintimille. Un des titres les plus intéressants dans la presse des derniers jours annonçait : “les noborders donnent à manger aux migrants. La municipalité unanime: “nous allons faire respecter l’ordonnance”. Intéressant mélange d’absurdité, d’imprécision et de clarté. Pour Ioculano et l’administration municipale menée par le Parti Démocratique, partager un repas avec les personnes en voyage est une pratique à sanctionner, et ceux qui l’enfreignent doivent être poursuivis, amendés et criminalisés. La solidarité doit être réprimée parce qu’elle donne la possibilité aux personnes migrantes d’échapper au chantage humanitaire, de pouvoir décider pour elles-mêmes, et peut-être de s’organiser contre la frontière. Cette histoire nous révèle la dimension absolument grotesque du pouvoir qui s’acharne de façon explicitement raciste contre le plus humain des gestes, celui de partager ce que l’on a à manger, et rappelle en même temps la force potentiellement subversive de la solidarité dans cette période toujours plus sombre.

Face à la résistance des migrants, Ioculano, le jeune maire souriant au style renzi, sait qu’une ordonnance ne peut et ne pourra être suffisante. Selon lui, le problème se résoudra “en amont”, expression diplomatique pour dire que ces personnes devraient être physiquement empêchées de rejoindre Vintimille, niant leur liberté de circulation à l’intérieur même du territoire national. Demandons-nous alors quel sera cet “amont” : un hotspot, un CIE, un camp d’exilés en Turquie, une prison en Lybie ? Une seule certitude: loin de notre regard. Pas question de laisser troubler l’ordre et la tranquillité citadine de la Riviera par les migrants… le tourisme s’en ressentirait! Ce que Ioculano et plus généralement les classes dirigeantes nationales et européenne ne disent pas, c’est qu’un tel objectif ne peut être atteint que si l’on accepte de déporter et détenir en masse des centaines de milliers de personnes: précisément ce qu’ils ont commencé à faire.

Ensuite viennent les No Borders. Ils font des choses, donnent à manger, se rassemblent, organisent des camps, manifestent. Tout ceci avec des immigré-es clandestin-es, catégorie contre laquelle le pouvoir a beau jeu d’organiser la peur afin de se déresponsabiliser. Aujourd’hui encore dans la presse, on peut lire: dispersion d’activistes, expulsion de campements présumés. Pures fantaisies créées dans le but d’agiter et d’effrayer les esprits. Mensonges pour alimenter la tension et détourner l’attention des problèmes réels. Nous ressentons le besoin d’apporter des clarifications: les No Borders n’existent pas, ou s’ils existent, ils sont bien plus que ces groupuscules qu’évoque la presse locale. No Borders est une attitude éthique partagée par un très large mouvement de personnes qui, partout depuis les îles grecques jusqu’à Brennero, de Lampedusa à Calais, mais encore en Australie, au Maroc ou au Mexique, a consciemment décidé de combattre les frontières imposées par le pouvoir et affirmer la liberté de mouvement pour toutes et tous. Sont No Border les migrants qui tous les jours traversent les frontières de la Forteresse Europe, comme le sont aussi toutes les personnes qui, chacun-e à sa manière, soutiennent leur voyage. En d’autres termes, No Border est un choix partisan, l’affirmation d’un engagement que toutes et tous nous pouvons partager.

Voilà un peu de ce qui se passe aujourd’hui, à Vintimille et ailleurs.

La solidarité est notre arme, prenons-la !

Quelques solidaires de Vintimille et des alentours, de la part de qui voyage, contre toutes les frontières